Guidava lento, troppo lento, senza scalare le marce, con la Renault 4 che borbottava e quasi si spegneva a ogni curva. Con un gesto svogliato Seba lasciò scivolare cartine e resto tra le cianfrusaglie del cruscotto. Guardò l’orologio al quarzo vicino al contachilometri: 22.22. Era in ritardo, ma non riusciva a darsi fretta. Vera probabilmente lo stava aspettando sotto il neon della farmacia in Piazzale Giovannacci, a gelarsi il didietro. Se la immaginò col vento in faccia, l’odore acre della Montedison nell’aria, mentre per scaldarsi balzellava da un piede all’altro. Poi tirava fuori una cicca e se l’accendeva, come sempre, per lei una specie di rito.
D’un tratto si ricordò della musicassetta, ancora nell’autoradio. Premette l’eject e la fece sparire nel vano davanti al sedile del passeggero. Smanettò con la manopola del tuner fino a sintonizzarsi su una radio locale: davano “Amoureux Solitaires” (🎧QUI) di Lio, il tormentone del momento. Faceva proprio cagare, su questo lui e Vera si trovavano d’accordo. E la cosa lo fece sorridere, per un attimo.
Infine i fari dell’auto illuminarono i cerchi di fumo che s’alzavano sulla testa della giovane, prima d’inquadrarla tutta. Non s’era sbagliato: anche quella sera, nonostante tutto, se ne stava là fuori, fumava, attendeva e magari bestemmiava pure.
Si allungò verso il lato passeggero, sollevò la sicura e aprì la portiera.
«Dai, monta».
Vera non si fece pregare, ma quando gli fu a fianco tese l’orecchio per decifrare la nenia che arrivava dallo stereo.
Et toi, dis-moi que tu m’aimes
même si c’est un mensonge.
«Che roba è?».
Seba si tolse all’istante il sorrisetto chimico che si portava dietro ogni volta che fumava.
«Boh, la radio». Non voleva irritarla. «Dai, almeno è una cosa leggera».
Vera si portò le mani alle orecchie dimenticandosi per un attimo della cicca che reggeva con la sinistra. Seba guardò con la coda dell’occhio quelle dita sottili, sempre un po’ catramose. Come sempre gli sembrò la mano di una bambina.
La sera prima si erano ritrovati nel parcheggio fuori dal teatro Tag, in Via Giustizia, assieme a una moltitudine arrivata a Mestre per il concerto dei Gaznevada. C’era anche gente da Treviso, da Padova, qualcuno da Bassano del Grappa, addirittura da Pordenone. Come loro, tutti senza biglietto. E con quella stessa mano di bimba, a un certo punto, Vera aveva preso la bottiglia vuota di Stock ‘84 che si erano appena scolati e gliel’aveva lanciata addosso.
La vie est si triste
Dis-moi que tu m’aimes.
Cantata da quella vocina, la filastrocca di Lio suonava come una specie di inno alla pedofilia, stonato e disturbante. E con quegli arrangiamenti poi.
Vera non aprì bocca per un po’. Armeggiava col filtro della sigaretta massacrandolo tra le unghie.
«Ti giuro che non mi ricordo cos’è successo ieri sera», disse infine.
La frase si lasciava dietro lo strascico delle riflessioni masticate per ore. Ripensò a tutte le volte che gliel’aveva sentita dire, fosse il giorno dopo o anche a due ore da una delle sue crisi.
«Va bene, ho un po’ sbroccato, però poi mi son calmata, no?»
Non era brava a fare pace, questo era certo. E manco lui.
«Ghisbòro, secondo me tu proprio non ti rendi conto. Non hai sbroccato, cara mia. Tu eri, come dire, eri fuori di testa!».
Prima di un incrocio Seba grattò un po’ per inserire la seconda. Sentì il pomello del cambio che gli vibrava nella mano e lo impugnò con più forza.
«Perché mi devi far sentire una merda?»
La domanda di Vera suonò come un ringhio, ma in mezzo Seba ci sentì anche dell’altro, tipo un singhiozzo.
«E poi c’entra anche quella tua canzone, sai? Quella che hai messo su ieri sera».
Alla radio intanto ricominciava la nenia. Vera si avventò sui comandi e la spense. Poi diede un ultimo tiro alla sigaretta, abbassò il finestrino e buttò fuori il mozzicone.
Seba si limitò a sospirare.
«Andiamo a farci un caffè, che si è fatto tardi», disse guardando le luci del petrolchimico di Marghera. La laguna pareva una distesa di frattali argentati.
Non lontano dallo svincolo per Via Libertà, vicino a Fincantieri, vide una pompa di benzina con un bar attaccato.
Appena entrati, Seba lanciò un’occhiata in giro. Il posto era nudo e il benzinaio-barista, un panzone con una maglietta Agip sudicia, non li degnò di uno sguardo. Restava piantato al bancone, entrambi i gomiti lì sopra, fissando la Domenica Sportiva in TV. Pareva che il Lanerossi Vicenza avesse strappato un pari al Milan. Seba, in altri momenti, in un posto così non ci sarebbe entrato neppure per pisciare. Invece, quella sera, senza esitare, oltre a un caffè, ordinò due sambuche con ghiaccio.
«Perché una volta non mi porti con te a Bologna?», chiese Vera.
Seba fece ruotare il bicchiere sulla formica che ricopriva il piano del bancone.
«Lo sai, ho lezione tutti i giorni. No, meglio di no».
«È un anno che me l’avevi promesso».
Si voltò verso Vera. Lei lo fissava con le labbra strette.
«Vera, lo sai che tuo papà è preoccupato per te?». Strinse il vetro tra pollice e indice e sentì il freddo del liquido. «Siamo tutti preoccupati».
«La verità è che non ti va di farti vedere con me».
Ancora quel gemito, come prima in macchina. Non si aspettava che Vera glielo rinfacciasse così.
Si preparava a dire qualcosa, che non era vero, che lei non capiva, che stava male. Stava per tirare fuori la storia che a Bologna non si poteva mai sapere. Non erano neppure tre mesi dalla strage alla stazione e quella carta l’aveva già giocata altre volte. Non ne ebbe bisogno: come se la conversazione non l’avesse mai sfiorata, Vera partì verso la cassa e tornò con un ovetto Kinder.
Lo scartò, lo divise in due e mangiò un pezzo in silenzio. Seba prese l’altro, e lei gli passò la capsulina gialla con la sorpresa. Lui la esaminò senza aprirla e tornò a rivolgerle lo sguardo.
«Scusami per ieri sera», disse. Poi abbozzando un sorriso: «La settimana prossima, quando ci rivediamo, mi dici cos’hai trovato dentro».
Ora stava quasi riuscendo a farlo sentire in colpa.
«Io intanto ho espresso un desiderio», aggiunse prima di baciarlo.
Seba attese che le labbra di lei si fossero staccate dalle sue.
*
Aveva fatto diecimila lire di benzina prima di lasciare Vera a casa. Poi, giù sulla tangenziale, imboccò l’A4. La notte si stese davanti a lui come un telo denso e sconfinato. Finalmente si sentì libero. Libero di lasciare correre ogni pensiero, ogni fantasia, senza paura di sguardi o giudizi. E così il film della sera prima gli esplose negli occhi a velocità tripla: risate nel parcheggio, la bottiglia di Stock ’84 che girava, lui a spingere i Joy Division a palla fino a far tremare le casse. Tutti intorno ubriachi, stonati, scheletri che ballavano. Finché Vera aveva perso la bussola.
Sollevò lo sportellino del cruscotto e tirò fuori lo spino rollato prima di uscire. Aveva passato la lingua sul bordo della cartina per sigillarla, e prima di chiuderla aveva strofinato la parte umida su quel poco di roba che gli restava dal fine settimana. Lo portò alle labbra e pescò l’accendino dal taschino della camicia. Il fruscio secco della rotella, poi il crepitio della brace, gli fecero sentire addosso il silenzio intorno. Allungò di nuovo la mano verso il vano alla sua destra e frugò finché non saltò fuori la cassetta della sera prima. Le casse gracchiarono facendo partire una voce profonda, assoluta, che si abbarbicava su una linea di basso come un boa sulla preda. (🎧Clicca qui per ascoltare)
Confusion in her eyes that says it all
She’s lost control.
Diede due, tre boccate. Forse sì, c’era qualcosa in quella canzone.
L’auto calava come una lama nella bassa Padana, la nebbia s’infittiva. La ragnatela bianchiccia fuori dall’auto era ormai tutt’uno con la caligine che riempiva l’abitacolo. Il muro sonoro che fuoriusciva dagli speaker si univa con il rumore del motore. Era la cornice ideale a quello scenario. Gli tornò alla mente la ragazza: gli bastò un attimo per rivederla. Anche adesso saltellava, pareva ballare perfino, al centro dell’autostrada, proprio davanti alla macchina in corsa. Era svestita, o almeno lo sembrava. Seba accelerava verso di lei e i fari facevano sfumare il rosa della sua pelle in una tinta perlacea.
And a voice that told her when and where to act
She said I’ve lost control again.
Lo spino si spense e provò a riaccenderlo, ma l’accendino scivolò sul fondo dell’auto. Si piegò per cercarlo, una mano sul volante, l’altra tra freno e frizione. Niente. Guardò di nuovo la strada, faticando a vedere oltre il parabrezza appannato. Sfregò il cristallo per aprire un varco nell’umidità e sporse la testa nel buio. Vera era sparita.
Sbatté le palpebre. Una massa rosata balenò nella nebbia, attraversando la sua corsia come un lampo.
Una frenata d’istinto, un’imprecazione.
Un botto sordo. Giù una bestemmia.
Qualunque cosa fosse, non riuscì a schivarla. L’urto fece sbandare la Renault 4, prima verso la linea di mezzeria, poi contro la siepe che separava le carreggiate. Un brivido gli scivolò giù per la schiena. Subito dopo una vampata di calore lo investì. Accostò e, non appena gli parve di essere in grado di reggersi in piedi, scese dall’auto.
Guardò il punto dove, a occhio, era avvenuto l’impatto. A meno di cento metri c’era qualcosa, una massa, riversa a terra.
I piedi ora sembravano di piombo. S’avvicinò piano, come per non svegliare quella cosa, finché non vi fu quasi sopra. Solo allora riconobbe un maiale. Non era neanche grande. Sua nonna fuori Chioggia ne aveva di molto più grossi. L’animale se ne stava quasi immobile in una pozza di sangue, il collo in una posizione innaturale, il segno del copertone su un fianco. Emetteva qualcosa tra un rantolo e un respiro flebile, nemmeno un vago ricordo di un grugnito. Ogni tanto uno scatto faceva muovere una zampa. Sembrava chiedesse pietà.
Seba scrutò il buio alla ricerca di una casa, o di qualche segno di vita che spiegasse la presenza dell’animale, ma trovò solo nebbia e, un po’ più in là, le luci dell’auto. La bestia era ancora lì, riversa davanti a lui, ansimante. Tornò alla Renault e aprì il bagagliaio per tirare fuori il cric. Fece il tragitto a ritroso e, davanti alla sagoma dell’animale, sollevò il braccio chiudendo gli occhi.
Immaginò il cric che calava tre volte come un’ascia su un ceppo, il suo urlo a sovrastare lo schianto del cranio. In realtà non fece nulla di tutto ciò.
Mentre si allontanava, il lamento del maialino si perse tra gli ultimi accordi della canzone.
*
L’ululato di una gazzella della polizia in Viale Masini lo fece alzare di soprassalto. Seduto sul letto, si passò una mano attorno al collo e sentì il sudore che gli inumidiva il palmo. Passò lo sguardo su ciò che lo circondava ed ebbe la conferma che si trovava nel suo letto, a Bologna. Al che guardò giù dalla finestra: l’auto era parcheggiata dove gli sembrava di averla lasciata al ritorno da Mestre.
Sciabattò fino in cucina, aprì il frigo e tirò fuori una bottiglia di Coca Cola sgasata. Ne mandò giù un po’ come fosse ossigeno. Poi, tornato in stanza, alzò il coperchio del giradischi e mise su un ellepì. Quando la puntina si abbassò, cercò una traccia della notte precedente tra i solchi della superficie nera che ruotava a due spanne dal viso, senza però trovare conferme. Si stiracchiò un po’ e lo sguardo gli cadde sulla sveglia: 11:11. L’appuntamento con Deborah alla Montagnola, pensò spalancando gli occhi. Non c’era tempo da perdere. Si infilò calzetti e scarpe e cinque minuti dopo era già in strada.
Una volta sul posto, diede un’occhiata intorno. Non c’erano bancarelle. Normale, il mercatino era nel weekend. Deborah era in ritardo, invece, ma neppure quella era una gran novità. Seba si scelse una panchina e, per passare il tempo, si mise a guardare i tossici che facevano su e giù tra i bagni della stazione e i giardinetti. Ogni tanto la gente che la mattina portava a spasso il cane ne trovava qualcuno stecchito nel verde.
Per una volta c’era un bel sole su Bologna. Respirò profondo e chiuse gli occhi, buttando la testa indietro. Si sorprese di sentirsi quasi rilassato. Il ricordo di Vera tentò d’infilarsi tra i suoi pensieri, ma lo scacciò via. Deborah. Se era lì, seduto su quella panchina, quel giorno, era per lei. E infatti, quando la vide risalire la Montagnola, scattò in piedi e senza manco pensarci le andò incontro.
«Ciao», fece lei strascicando un po’ la ‘c’ come fanno in Emilia. Non c’era verso, Seba non smetteva di notarla quella cosa lì. Senza dire nulla la tirò a sé, andò a cercarla sotto la mantella nera che la copriva e la baciò. Poi si tirò indietro per osservarla. La frangetta corta sui capelli neri segnava il limite di un viso etereo da cui emergevano due occhi verdi messi in evidenza da una matita nera.
«E allora, non mi dici niente?» chiese lei.
Seba si mandò indietro il ciuffo e sorrise.
«Cosa vuoi sapere?»
«Beh, sei sparito anche ʼsto fine settimana. Non mi racconti com’è andata?»
«Come vuoi che sia andata? Abbiamo sballato un po’. Gli amici, le solite robe, lo sai».
Deborah cominciò a mordicchiarsi la punta dell’indice come se stesse soppesando quella risposta. Seba le tirò via il dito di bocca. «E a te, com’è andata?»
Lei incrociò le braccia. Non sembrava avesse voglia di sbottonarsi troppo: «Via Zamboni. A passeggio…», rispose a mezza voce. «Com’è che hai detto? Gli amici, le solite robe, lo sai».
Un tipo venne da loro a chiedere due spicci. Né lui né lei gli fecero caso.
Seba si mise a cercare l’accendino nelle tasche dei jeans, ma prima di ricordarsi che era rimasto sul fondo dell’auto, le sue dita, rovistando tra le pieghe del tessuto avevano pescato qualcos’altro. Affondò la mano più giù tentando di capire cosa fosse. Sentì una rotondità, sfiorò della plastica. Ah, certo.
«Senti, t’ho portato una cosa», disse dopo essersi passato la lingua sulle labbra.
«Cosa?», domandò Deborah. Lui fece uscire la mano dalla tasca e le dita si schiusero come petali di un fiore rivelando l’ovetto giallo del Kinder.
«Che c’è dentro?», chiese di nuovo lei scrutandolo. Era seria.
Lui fece lo stesso, manco stessero giocando a chi ride prima. «Mica l’ho aperto», disse.
Deborah si portò due dita al mento come massaggiandolo e arcuò le labbra carnose. «Vedi mo’ che c’hai messo dentro un quartino di roba e non me lo vuoi dire».
Voleva essere una battuta, intuì Seba. Allungò il collo per puntare il bar della stazione.
«Va’ che non son mica come quelli là».
Deborah, tuttavia, non si girò verso il punto indicato da Seba. Anzi, continuò a fissarlo, anche se stavolta quasi di sottecchi. Alla fine prese la capsulina gialla, la fece schioccare e l’aprì. Assicurandosi che Seba non vedesse, spiò il contenuto e le scappò un ghigno.
«E insomma?», chiese lui.
La ragazza fece scivolare la sorpresa nella mano di Seba. Probabilmente disse anche qualcosa. Chi lo sa. Lui aveva smesso di sentirla. Tremava tutto, osservando quel maialino di plastica rosa che ora stava lì, immobile, nel suo palmo. Nelle sue orecchie c’era solo una canzone fredda, tagliente come la notte prima.
