Altissimo

Gianluca Venturini

Quando Luca arriva sotto casa di Cesare con mezz’ora di ritardo, lo trova a braccia conserte, appoggiato al muro. Sale in auto senza sorrisi, neanche di forma.

«Come stai? Tutto bene a lavoro?» chiede Luca.
«E te? Hai trovato lavoro?» chiede Cesare.

Nell’abitacolo della Panda si sente solo il ronzio sommesso del motore che sembra incagliarsi tra le note basse dell’autoradio.

Mentre percorrono la strada provinciale che porta nella valle sotto le Apuane, il Monte Altissimo taglia l’orizzonte. Da quel punto è una parete verticale di roccia, vertiginosa, senza appigli per lo sguardo. Le cave sono bocche nere aperte in un grido afono.

«Ma sei sicuro che riusciamo ad andare in vetta?»
Il tono della voce di Cesare è gelido.
«Tranquillo Ce’. Passiamo da dietro.» Luca accenna un sorriso teso. «Sembra un’altra montagna sull’altro versante».
Cesare sbuffa e si lascia andare sul sedile.

L’auto è parcheggiata lungo la strada, in un piccolo spiazzo a pochi metri da dove inizia il sentiero. Luca lega a doppio nodo le stringhe degli scarponi, sistema lo zaino sulle spalle, stringe la cinghia sul petto. I gesti di sempre, una liturgia confortante. Cesare scruta intorno distante.
«Allora, si va?» chiede Luca. Cesare annuisce.

Bastano pochi passi dall’imbocco del sentiero che la strada asfaltata, il ristorante lì vicino, i camion carichi di marmo svaniscono. La mulattiera si addentra larga e sinuosa nella faggeta. La luce filtra tra le fronde gialle dell’autunno. Dopo alcuni minuti di salita Luca sente il cuore accelerare. Deve rompere il fiato, trovare il ritmo. Sa che succederà presto. Cesare è più indietro, il passo all’inizio è stizzito, quasi rabbioso. Ma ad ogni passo sembra cadenzarsi, diventare più fluido.

Il silenzio dolce che li avvolge si appesantisce sulle tempie di Luca con il passare del tempo.
«Questo sentiero è stupendo» dice Cesare.
Luca si volta e vede nel viso del fratello quella luce.
«Sì, è davvero bello» risponde. «Pensa che l’hanno costruito i tedeschi, durante la guerra».
Cesare rallenta, guarda i resti di un muretto a secco che spunta tra i rovi.
«Perché hai dovuto dirlo?». La luce sul viso si offusca.
Luca sente una specie di spasmo all’altezza dello sterno.
«Che vuoi dire? L’ho detto perché mi sembrava interessante…» Luca allarga le braccia «Era per chiacchierare un po’…» sussurra.
Cesare allunga di nuovo il passo, una goccia di sudore cola sulla tempia, lo sguardo piantato in terra.
«A volte è più bello non farsi domande» bofonchia.

Camminano in silenzio per alcuni minuti. Luca adesso sente il ritmo dei polmoni andare all’unisono con le gambe.
«Puoi rallentare un po’?»
È distante la voce di Cesare. Luca si blocca. Nella foga di guidare il cammino ha dimenticato il primo comandamento della montagna: andare sempre al passo del più lento. Si volta e guarda il distacco che ha preso.
«Vai avanti te, Ce’».
Cesare ha il passo affaticato, annaspa a zig zag su quel tratto di salita ripida. Ad un passo da Luca solleva gli occhi da terra.
«Son sempre stato più lento di te, c’è poco da fare».
«Non ci corre dietro nessuno. È tutta per noi questa giornata».
Un mezzo sorriso affiora sulle labbra del fratello.

Il tappeto di foglie ingiallite fruscia intorno agli scarponi. È una melodia lenta, sincopata. Adesso il sentiero si è ristretto, attraversano un passaggio che si inerpica verso l’alto. Gli alberi sembrano aprirsi e chiudersi al loro passaggio.
«Quest’aria mi ricorda quando si andava a funghi col babbo e la mamma» dice Cesare. Con la mano smuove le foglie accatastate su una roccia: spunta un manto di muschio compatto, sembra un drappo di velluto.
«Oppure quando si raccoglieva il muschio per fare il presepe a Natale».
Si fermano, bevono un po’ d’acqua.
«La sera poi si mangiavano le salsicce grigliate nel camino della casina, su nell’uliveto».
Un’ombra lampeggia sul volto di Cesare. A Luca manca il fiato.
Dopo quelle sere c’erano anche tante notti. Troppe bottiglie vuote scoppiavano in vetri infranti. E quel letto a castello dove dormivano diventava una zattera nelle onde del buio.

«Ripartiamo?»
La voce di Cesare fa sussultare Luca.
Accanto ad un grosso masso, alcune palette di legno indicano i sentieri. Sono saliti parecchio e il versante è cambiato: si intravede il mare, una distesa vaporosa tra le foglie degli alberi.
«Vado avanti io, ora». Luca stringe gli spallacci dello zaino e apre la via.
«Ok, sei tu lo sherpa». Luca e Cesare ridono sommessi.

Luca sta attento a tenere il passo giusto. Poche decine di metri di salita e il bosco scompare. È freddo il vento che smuove il paleo. Il cielo d’un tratto sembra vicinissimo, le nuvole corrono veloci come fuliggine nell’aria rarefatta.

Iniziano ad inerpicarsi sulla cresta dell’Altissimo. Da una parte si stagliano le altre vette delle Apuane; dall’altra si stende la pianura, verso il mare. Sembra di sentire l’odore della salsedine. Luca avanza a passo lento e deciso nell’erba bassa. Il sentiero segue la curva del costone, la pendenza aumenta. Continuano a salire, gli occhi puntati in alto. Stanno avanzando nel punto più ripido, si aiutano anche con le mani, aggrappati alla roccia. Luca sente quasi il fiato di Cesare sui polpacci. Si ferma, guarda giù.

«Tutto bene, Ce’?»
«Sì».
Luca guarda il fratello, il viso arrossato, gli occhi verdi trattengono paura e meraviglia. Per un attimo si ritrova seduto sul materasso di un letto a castello.
«Ormai ci siamo», dice Luca.

Il prato cede il passo ad un paesaggio lunare, fatto di marmo grigio e roccia da cui spuntano ciuffi d’erba solitari. Il sentiero è un falsopiano che sale e scende, seguendo la cresta di vetta. Il vento bisbiglia leggero, ora.

«Eccola» indica Luca. Cesare sorride. È una croce alta, conficcata nella roccia a segnare la vetta dell’Altissimo. Si tolgono lo zaino di spalla, Luca prende un asciugamano e inizia a passarlo sul collo, sotto la maglia. Cesare avanza di qualche passo per raggiungere la croce.
«1589 metri» legge sulla targhetta d’ottone.
Il mare è avvolto da una foschia sullo sfondo.
«Mica è così alto, poi, questo Altissimo» aggiunge.
Luca allora torna alla sua liturgia. Si sdraia con la testa appoggiata sullo zaino e rolla una sigaretta. Fuma ad occhi chiusi. Il sole gli scalda la faccia. Quando si alza a sedere, vede Cesare qualche metro più in là. È andato oltre la croce, sul ciglio del poggio spigoloso.

«Che fai?» gli chiede. Luca si alza. Appoggia i piedi lentamente sul pietrisco.
«Basterebbe un passo. Soltanto un passo».
Le spalle di Cesare oscillano. Luca lo vede sollevare il piede destro, in avanti. Verso il burrone.
«Che cazzo fai, Ce’?»
Tre falcate ed è dietro Cesare. Le mani afferrano il collo della maglietta. Lo strattona, cadono in terra, nella polvere.
È Cesare il primo che si solleva a sedere, i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Una smorfia taglia il viso.
«Ma che ti prende? Mica mi buttavo».
Luca trema.
«Mi hai fatto cacare addosso, che ne so cosa ti passa per la testa».
Luca preme i polpastrelli sulle tempie.
«Lo dovresti sapere meglio di me che ogni passo potrebbe essere quello sbagliato».
Cesare lancia uno sguardo di sfida.
«Sei tu lo sherpa, Luchino».
«Vaffanculo».
Luca si alza di scatto, va allo zaino e strappa fuori il tabacco dalla tasca laterale. La cartina si rompe, getta la palletta di tabacco in terra.
Restano in silenzio.
«Ero tranquillo perché sapevo che eri lì, dietro di me».
Cesare guarda il mare immobile.

Riprendono il cammino in discesa, seguendo la traccia nell’erba. Il sole è caldo ma l’aria di vetta continua a pungere la pelle. Dopo alcuni minuti il loro sguardo è abbagliato dal ravaneto di una cava, una colata di detriti bianchi che scende su un fianco come lava calcarea. Passano accanto ad un grosso tubo di ferro arrugginito e imboccano la via marmifera. Il verde sparisce, sostituito dai tagli chirurgici della pietra, dalla geometria dei parallelepipedi di marmo accatastati lungo la pista.

Cesare si ferma a guardare un blocco di marmo, sfiora gli spigoli.
«Ti senti meno in colpa a vederli, ora che non fai più il marmista?»
Luca abbassa lo sguardo, calcia un sasso.
«No, mi sento in colpa uguale».
Allunga il passo. Cesare lo insegue.
«Sbagli a sentirti in colpa», Cesare ansima per la pendenza. «Non hai mica il mondo sulle spalle».
Luca inspira lentamente fino a riempirsi i polmoni. Cammina.
Abbandonano finalmente la via marmifera per addentrarsi in una selva di castagni. L’ombra dei rami alti inghiotte il riverbero della pietra. Il fruscio delle foglie secche riprende sotto gli scarponi.
Cesare accelera il passo, affianca Luca. Lo guarda sottecchi.

«Ripensavo a quel che dicevi, sui tedeschi» borbotta, gli occhi piantati sul sentiero. «Questa montagna è tutta una contraddizione».
Luca fissa davanti. «Infatti».
Si cominciano a sentire in lontananza i rumori della strada asfaltata.
«Sono contento di aver fatto questo sentiero con te» sussurra Luca.
Cesare allunga una mano, sfiora la spalla dell’altro.
«Non sarei mai riuscito a farlo senza di te».
Luca lo guarda. Gli occhi verdi di Cesare sono stanchi e puliti.
«Nemmeno io, Ce’».

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