Come i capelli delle suore

Giulia Gaveglio

Fu quando l’ondeggiare ritmico dell’aereo prese a farsi incostante che il pensiero lo colse. Ecco, finalmente ci siamo. Si accomodò meglio sul sedile, socchiuse gli occhi e schioccando le labbra ingollò quello che restava del merdosissimo prosecco da discount, servito nel bicchiere di plastica rossa. Il vicino di posto, le mani strette intorno ai braccioli così forte da farsi diventare bianche le nocche, gli lanciò un’occhiata di disapprovazione, prima di prodursi in un lamento ultrasonico al successivo tremolio della fusoliera. La hostess intanto taccheggiava veloce su e giù per il corridoio, occupata ad assicurarsi che gli scomparti dei bagagli fossero ben chiusi. Peccato, forse se una valigia fosse precipitata dalle cappelliere avrebbe zittito il costante chiacchiericcio degli altri passeggeri. O ancora meglio, avrebbe colpito quel cazzo di bambino e lo avrebbe fatto smettere di piangere. Una missione in cui avevano fallito, in ordine cronologico: sei deliranti puntate del cartone animato Masha e orso, gentilmente condivise con il resto dei passeggeri; quattro ripetizioni a tutto volume de Nella vecchia fattoria (al termine delle quali anche l’asinello e il cane citati nella suddetta canzone stavano probabilmente, proprio come lui, meditando sui vantaggi del suicidio assistito in Svizzera) e una petulante performance della madre in una personalissima versione di Cappuccetto rosso (educativa fiaba che ti fa crescere convinto del fatto che, anche se sei così scemo da scambiare un lupo con vestaglia e cuffietta per tua nonna, non è il caso di preoccuparsi, alla fine arriverà comunque qualcuno a salvarti). Ai cali di pressione qualche urlo vagamente isterico percorse la cabina. Poggiò la testa all’indietro, tirando su il bracciolo della poltrona per reclinare il sedile e godersi il momento. Questa vita di merda stava per finire. Adiós, pezzi di idioti. A mai più rivederci. A meno di non incontrarsi un’altra volta all’inferno, ma una pena del genere nemmeno Dante l’avrebbe potuta immaginare, anche al contrappasso dev’esserci un limite. La stronza seduta dietro di lui prese a lamentarsi, colpendo ripetutamente lo schienale con le ginocchia per farlo rialzare. Col cazzo, pensò. Non sarebbe mosso neanche di un centimetro. Signore, i sedili devono rimanere in posizione eretta, balbettò incerta la hostess, passandogli di fianco. Sospirò e si tirò su, sconfitto. Pazienza. Tanto a breve sarebbero morti tutti. Gli obituari, loro malgrado, sarebbero comparsi uno di fianco all’altro sui giornali. Quello della stronza alle sue spalle e il suo. Già lo vedeva: Antonio Del Fanti, cinquant’anni, professore di fisica ancora eccessivamente lontano dalla liberazione della pensione in questa vita terrena, scompare tragicamente in un incidente aereo insieme a una serie di misconosciuti passeggeri e agli alunni della 4D, di ritorno dalla gita scolastica a Parigi. Lascia pensieri cattivi per tutti, soprattutto per i banchi dell’ultima fila e per comesichiama, quel ragazzo con il taglio di capelli di merda che faceva sempre domande stupide. Se qualcuno sull’aereo dovesse miracolosamente sopravvivere all’impatto, nella sua borsa rimangono i compiti in classe corretti sui circuiti elettrici, a monito eterno all’umanità dell’incapacità degli adolescenti nell’imparare alcunché di utile all’essere umano. Fra essi, nemmeno una sufficienza. Le picchiate dell’aereo verso il basso si stavano facendo più frequenti, ed era altrettanto evidente che all’interno della cabina pressurizzata era l’unico essere vivente a non essere turbato dalla cosa. Si pentì di aver già consumato tutto il sacchetto di noccioline che aveva accuratamente scelto al passaggio del carrello delle vivande. Sarebbe stato un ultimo pasto adeguato al tenore della vita del professor Del Fanti. Non che gliene fregasse poi tanto, di come morire: l’importante alla fine era il risultato. Magari, ecco, avesse potuto scegliere, avrebbe preferito evitare una lunga agonia in mezzo ai rottami, con le gambe trafitte da pezzi di metallo. Ma in situazioni del genere non si poteva essere troppo esigenti. Tre giorni a rincorrere i monumenti di Parigi alla testa di una mandria di diciassettenni a cui del museo del Louvre o di Place des Vosges non fregava una benemerita mazza e che, in quanto minorenni, era purtroppo anche obbligato a salvare dai taxi in corsa lungo i boulevards. Persino la fila del check-in, al ritorno, era parsa una meravigliosa Terra Promessa, in confronto. In coda per l’imbarco, aveva corretto i compiti in classe che avrebbe dovuto consegnare almeno due settimane prima. Sbagliato. Sbagliato. Che cazzo aveva scritto questo idiota? Maledette capre. A che pro perdere tempo? Che lavoro di merda. Pensare che una volta, nonostante tutto, amava insegnare. Era felice di vedere volti giovani dietro ai banchi. Ricordava ancora il suo primo giorno di insegnamento, l’ansia mista a eccitazione che gli invadeva lo stomaco, la classe che non riusciva a tenere in silenzio. E poi, il sorriso sparuto di una studentessa, che gli aveva dato coraggio. Aveva posato la borsa sul tavolo, e aveva cominciato a parlare. O quando, qualche anno dopo, gli era stata assegnata quella classe così difficile, la 4 E. Parevano non capire nulla di fisica, eppure lentamente si erano appassionati alle sue spiegazioni, ai suoi discorsi su Newton e l’universo. La legge della gravitazione universale, aveva detto loro, non era poi tanto diversa da una poesia, se ci si pensava bene. Entrambe tenevano in piedi il mondo. L’anno seguente, alla maturità, nella prova orale avevano ottenuto i migliori risultati di tutta la scuola. Prima di partire per le vacanze estive, uno degli studenti gli aveva lasciato sulla cattedra una lettera scritta a mano. Grazie per tutta la poesia, diceva quel foglio di carta sottile, scarabocchiato ai lati. Si era commosso. Allora, credeva che le persone, quando erano concentrate nel tentativo di capire qualcosa, mentre studiavano, fossero più belle. Una volta. Povero coglione. Ora non faceva in tempo a entrare a scuola che già desiderava tornarsene a letto. A letto, lontano dagli studenti, dal resto della gente, da ogni altra forma di vita. Sì, ecco. Solo. La casa era sempre vuota dalla morte di Pietro. Quando tutto era cominciato l’aveva accompagnato sull’ambulanza, soltanto un po’ di febbre, ma la tosse che non passava, mi spiace signore ma lei non può seguirci, questione di sicurezza, dobbiamo evitare altri contagi. Non l’aveva rivisto. Di tutto quel tempo insieme, soltanto qualche messaggio sul cellulare, e del resto più niente. Tutto perso dentro all’etere: le bollicine di spumante condivise, quel suo modo allegro di far vibrare la “erre” nelle parole, le piante di fragola che gli piaceva coltivare in vaso, sul balcone, anche se quasi mai crescevano a sufficienza. Una volta soltanto erano riusciti a mangiarle. Erano dolci, come la fiducia di Pietro nel fatto che, se avesse continuato con cura a innaffiare la terra scura, qualcosa, prima o poi, ne sarebbe germogliato. Strinse gli occhi. Gli scossoni man mano diminuirono fino a diventare un rollio quasi impercettibile e sonnolento e l’aereo si stabilizzò. Merda, pensò. Nemmeno questa volta. Due file più avanti, comesichiama e quell’altro studente (Bianchi? sì, credeva fosse quello il cognome) continuavano a parlare ininterrottamente dal decollo dell’aereo, aggiungendo il loro stupido mormorio al resto della confusione. Ora, nell’improvviso momento di strano silenzio in cui era sprofondato il resto del volo 313, le loro voci suonavano chiare.

Ma allora le suore ce li hanno i capelli?
Certo che li hanno, ma che minchia di domanda è? Toh guarda. Quella in prima fila, là davanti. Al check-in c’aveva il velo, mo’ le è caduto.
E allora? Tu prima li avevi mai visti i capelli alle suore?
No Miché, ma sticazzi scusa. Mica sono calve. Che ne sai? Finché non si levano il velo…

Il professore allungò la testa e intravide in effetti una massa di riccioli biondi, tagliati corti e ordinati, sbucare scompigliati da sotto un pezzo di stoffa scura. Distolse lo sguardo. Qualche fila più indietro, La vecchia fattoria partì per l’ennesima volta, in un sospiro di dolore collettivo. Cristo, pensò. Poi la planata fu improvvisa, e totale. La sensazione nella pancia simile a quella che aveva provato, da bambino, sugli aeroplanini delle giostre. Cominciarono tutti a urlare. Si aspettava di essere avvolto da una quiete densa, ma proprio in quell’istante, prima che il pilota annunciasse l’atterraggio di emergenza, non provò affatto sollievo, no. Non provò nemmeno tristezza. Mentre il mondo precipitava a velocità vertiginosa e gli occhi gli si riempivano di bagliori luccicanti e le orecchie sembravano voler scoppiare per il calo improvviso di pressione, pensò a quella volta che lui e Pietro si erano messi sul balcone a bere Porto, d’estate. C’erano tante stelle, anche con le luci della città, e il traffico pareva essersi fermato. E lui – si conoscevano da poco, allora – gli aveva raccontato degli studi universitari, di come si fosse innamorato dell’astrofisica ma avesse finito per rinunciare a tutte le ambizioni che aveva, perché insegnare alla fine era un lavoro sicuro, un lavoro che poi, tutto sommato, gli piaceva anche molto, e Pietro lo ascoltava senza dire niente, senza muovere la testa, con quell’attenzione assoluta che si riserva soltanto alle cose che ci interessano per davvero. Poi erano stati in silenzio a guardarsi, e anche se sapeva che era impossibile, gli era parso che lì, in quel preciso momento, a fare abbastanza attenzione si sarebbe potuto sentire il suono che faceva l’universo, quella che chiamavano radiazione cosmica di fondo. La musica della creazione trasmessa da tempo immemore, l’eco eterno di un singhiozzo di Dio, o del caso, di uno sparo fra tante possibili cartucce. Pensò a questo e ad altri istanti malfermi, ma comunque innegabilmente di gioia, nascosti fra le pieghe del tempo. Quasi non li ricordava più. L’aereo intanto si raddrizzava, mentre grida e applausi risuonavano per la cabina come un festante coro da stadio. Incredibile, nemmeno questa volta, si disse. Ma ne fu sollevato, e non se lo aspettava. Probabilmente, sarebbe stata di nuovo soltanto una gran fregatura. Eppure, pensò Antonio Del Fanti, voleva ancora vedere cosa sarebbe successo. E questa, proprio non se l’aspettava. Là in prima fila, alla suora bionda era di nuovo sfuggito un ricciolo dal velo.

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