Primo classificato | Il capriolo

Giuliano Gemo

Sulla destra della strada che sto percorrendo in bicicletta, si stende la coltre giallo-rossastra dei campi di soia matura. Oltre questa distesa, più lontani, i prati verdi, fino alla roggia laggiù: a quel doppio filare d’alberi che, accompagnandola, ne segnala il percorso.

Alla mia sinistra, invece, i campi di granoturco ormai secco (siamo a fine ottobre) si estendono fino ai piedi della vicina collina: il fianco di questa s’innalza ricoperto parte dal bosco e parte da ampie radure.

Il sole è tramontato da poco, eppure l’aria s’è già fatta fresca. E l’azzurro limpido del cielo, prima splendente, si va progressivamente stemperando in quello sempre più intriso di grigio della sera.

All’uscita dalla semicurva, improvviso, ecco lì, dieci metri davanti a me, il giovane capriolo: accovacciato sul bordostrada destro, presso il ciglio erboso del fosso, mi dà le terga.

Freno di botto e metto un piede a terra. Procedo con la bici per mano, a passi lenti, per non spaventarlo.

Ma lui, contrariamente a quanto mi aspetto, non s’alza né scappa, bensì rimane lì com’è: le zampe piegate sotto il corpo raccolto. Soltanto, con il lungo collo eretto volge il capo verso di me (forse l’ha allertato lo stridìo dei freni?), a guardarmi. Il muso è scuro e umido, ed emana grossi sbuffi di fiato in sequenza serrata, che, nell’aria fredda, si condensano in dense nuvole di vapore: sbuffi rapidi, ravvicinati, come fosse affannato dopo una corsa.

Mi avvicino ancora, ma sempre più lentamente, aspettandomi che da un momento all’altro scatti in piedi e salti di là dal fossato, fuggendo poi a balzi tra la soia.

Invece rimane sempre lì, immobile. Il capo ancora rivolto all’indietro verso di me, a fissarmi con gli occhi grandi e lucidi. Dal muso mi sembra che goccioli qualcosa.

Mentre proseguo nel cauto avvicinarmi, l’ampia semicurva della strada mi svela, una quindicina di metri più avanti del capriolo, un fuoristrada fermo sullo stesso lato, coi lampeggianti posteriori accesi. M’immagino che il guidatore abbia accostato per fotografarlo.

Ormai gli sarò giunto a quattro metri. E lui continua a fissarmi, collo e testa rivolti indietro, con quei grandi occhi spalancati e scuri. Scuri quanto il liquido che vedo ora colargli dal muso (non capisco se dalla bocca o dalle narici) e cadere sull’asfalto; dove, davanti a lui (la scorgo soltanto adesso), ha già formato una chiazza ampia e nera.

Neri sono anche i guanti che si sta infilando l’uomo sceso dal fuoristrada accostato. Se li assesta sulle dita e li tira sui polsi mentre cammina, pure lui a passi lenti, verso qui.

Torno a guardare il capriolo, arrestandomi a due metri da lui.
Dal buio profondo dei suoi occhi, è come se volesse chiedermi qualcosa – o si aspettasse qualcosa, da me.

Ora però mi rendo conto che, forse, non sta fissando me. Bensì… oltre me.
Che cosa?
Nel nero lucente del suo sguardo si riflette un’immagine che è più lontana: alle mie spalle.

Il sogno – o il ricordo – di quel bosco avvolgente, arcano, in gran parte ancora da esplorare. E poi la visione di verdi radure, distese sui pendii lievi della collina. Il ricordo di salti e corse infinite lassù. Per fermarsi ogni tanto a odorare freschi cespi di mentuccia. Oppure, poco più in là, a brucare il tenero trifoglio.

L’uomo dai guanti neri, le braccia lungo i fianchi, s’avvicina lentamente.
Un tremito percorre il dorso del capriolo, improvviso. Dopo pochi secondi, un altro.
Distolgo lo sguardo. Lo rivolgo altrove.

Dietro di me: lassù, verso la collina. E i suoi boschi avvolgenti, e le verdi radure, che appena iniziano a farsi scure, nelle prime ombre della sera.

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