Il suono zigrinato della rotella dello zippo le arriva nitido dalla stanza adiacente.
“Non voglio che si fumi qui in casa!”.
Sguinzaglia la frase che corre spedita lungo il corridoio e si insinua nella camera da letto. La immagina rimbalzare sulle pareti color tortora per poi colpire come soffio di vento la piccola fiamma che Adrian tiene stretta tra le mani a coppa, nel gesto che lei conosce bene. Probabilmente ancora semi sdraiato e scomposto sulle lenzuola.
Il silenzio che segue le sembra dilatare lo spazio tra le stanze della casa, rendendola più grande di quanto non sia. Poi un fruscio alle sue spalle accartoccia in un istante quella sensazione, inducendola a voltarsi.
“Potrebbe essere l’ultima cosa bella che mi resta da fare”. Il tono grave della voce tradisce il sorriso col quale pronuncia la frase facendo il suo ingresso in cucina. Mani in tasca, ritto in piedi come un palo della luce, dall’altro lato del tavolo.
“Piantala!”. Le scivola di mano un bicchiere che si rompe con un suono fesso sul fondo in marmo del lavello. Kim si sofferma ipnotizzata a osservare la fila di bolle di sapone per piatti, che impreziosisce il bordo del frammento di vetro come una collana di perle. Poi la venatura che tinge di rosso l’acqua la scuote. Si è tagliata. Solleva la mano assorta, senza avvertire dolore.
“Ti sei fatta male?” Adrian non riesce a vedere bene, lei gli dà le spalle. Quando poi si volta indugia sulla sua fronte increspata, senza rispondere.
“Perché fai così? Perché non riesci a smettere di vedere sempre tutto grigio? Il sorteggio è un’opportunità!”.
Con un gesto stizzito tira via l’asciugamano accasciato di traverso sulla maniglia del forno. Se lo avvolge attorno alla mano ferita e si siede scostando la sedia dal tavolo con un piede.
“Perché l’ignoto mi fa paura e qui so cosa lascio”. Adrian si siede a sua volta e vaga con lo sguardo in cerca di un appiglio, lo trova nel riquadro offerto dalla finestra subito sopra il lavello e lì lo ferma.
“Okay!”, lo incalza “… e quindi? Cosa intendi fare?”.
“Aspettare. Ecco tutto”, conclude senza alcun trasporto.
Oltre il vetro, un cielo color arancio, innaturale.
“Già.” Kim gli appunta gli occhi sul petto, come spilli, senza metterlo a fuoco.
“Tu aspetti”. Come al solito. Poi inspira una lunga boccata d’aria. “Eppure quello che vedi là fuori non è un cazzo di tramonto…”. La frase le esce così, malamente, mentre l’orologio sulla parete opposta scosta la lancetta delle ore con un click. Sono le undici di mattina di un giorno di metà giugno. Fa parecchio caldo.
“Okay”, conclude lui arrendevole, seduto sul bordo della sedia. Allunga le braccia sul tavolo in legno, incurvando la schiena come un gatto.
La lampadina sospesa sulle loro teste lampeggia improvvisa un paio di volte, poi si spegne. La radio, abbandonata accesa nella camera da letto, ammutolisce di colpo e in lontananza si fa strada il suono cupo della sirena.
Una nota lunga, che si tende.
Restano entrambi in silenzio mentre quel monito lugubre riempie lo spazio.
Poi tutto tace. La lampadina si riaccende in uno sfrigolio sommesso, il ronzio del frigo torna a mormorare nella cucina e la radio leva la sua voce sulle note malinconiche di una canzone degli anni ’50.
Adrian si sistema meglio sulla sedia, addossandosi allo schienale. Sembra disorientato, forse la sirena gli risuona ancora dentro come un’eco. Poi con uno scatto repentino apre il piccolo cassetto incastonato nel tavolo. Quello dove tengono le cianfrusaglie che solitamente non sanno dove mettere. Lo scotch col cui bandolo litigano sempre entrambi, manciate di elastici che lui sostiene possano tornare utili, prima o poi, graffette. Fruga lì in mezzo qualche secondo e ne estrae qualcosa che trattiene sulle gambe per un istante. Poi richiude il cassetto e poggia una busta sul tavolo.
“È arrivata ieri”. Glielo annuncia con tono serafico, mentre lei lo fissa, seduta dall’altro lato. Le mani in grembo contratte, anche se lui non riesce a vederle, e il cielo arancione divenuto rosso, che spinge per entrare oltre il vetro della finestra.
“Cosa aspettavi a dirmelo?”, chiede in un sussurro.
“Non lo so…. Forse che accadesse qualcosa di bello”.
“E quella cos’è se non qualcosa di bello! Non lo capisci?”.
Ma Adrian capisce perfettamente. La lettera viene recapitata solo se si viene sorteggiati. Un sorteggio che avviene in maniera del tutto casuale perché mira soltanto a mettere in salvo sulle colonie un numero sostenibile di individui.
Il sigillo in ceralacca reca integro il simbolo del Consilio, la busta non è stata ancora aperta. Troppo pavido anche per quello. Vorrebbe prenderlo a schiaffi. Lui è tra quelli che la speranza la sprecano in attesa di un miracolo. E lei questa cosa non riesce a perdonargliela.
“Potremmo perdere ciò che abbiamo…” tentenna, sfiorando la carta tra le dita che gli tremano.
“Adesso smettila e aprila!”, taglia corto lei sporgendosi in avanti. La voce le trema mentre Adrian indossa quel suo sguardo da cucciolo ferito che la fa imbestialire.
“Non sono io quello che se ne vuole andare”. Finalmente riesce a dirlo. Lo fa con fatica, come se poggiasse a terra un sacco pesante che non è più disposto a portare con sé lungo il viaggio.
“E va bene!” Kim si alza di scatto, rovesciando la sedia. Si libera con uno strattone dell’asciugamano che le avvolge la mano, lanciandolo di lato. Adrian lo vede planare sul pavimento, sgualcito.
Afferra la lettera come ghermendo una preda attesa da tempo. La ferita ha smesso di sanguinare ma il suo alone rossastro lascia comunque una scia sulla carta, mentre smaniosa spezza il sigillo e scosta tra loro i lembi di quell’unico foglio ripiegato su se stesso. Un varco bianco di possibilità che si dispiega come un portale.
Quindici nomi su seicento, ogni sette anni.
Il testo che reca scritto è breve, stampato al computer con un Arial standard, né grande né piccolo.
Non riesce a leggerlo tutto perché la sua mente si spegne sull’unico nome che si staglia accanto all’assenza del suo: Adrian Wade. Il sorteggiato è lui.
Kim non riesce a staccare gli occhi dalla lettera, si obbliga a poggiarla sul tavolo con un gesto lento, che sa di smarrimento.
“Congratulazioni… hai vinto alla lotteria”, mormora dopo qualche istante, senza guardarlo, alzandosi dalla sedia e tornando al lavello, consapevole che lui partirà perché deve. Il sorteggio non ammette eccezioni. Lo sanno entrambi.
Adrian emette un gemito strozzato mentre si porta le mani tra i capelli.
“Non volevo, non voglio. Senza di te…”.
Le parole le si infrangono contro la schiena, poi lo sente iniziare a piangere piano, alle sue spalle. Apre il rubinetto per diluire il disprezzo che sente invaderla. L’acqua le arriva subito calda tra le dita.
Adrian farfuglia qualcosa tra i singulti, ma lei non lo sta più ascoltando.
Quando solleva lo sguardo verso la finestra, il cielo sta colando il suo rosso incandescente tutto attorno. I contorni delle cose si perdono confondendosi tra loro, come fusi dal fuoco. Si ricorda all’improvviso di quel suo primo tramonto sul mare, in inverno, da piccola. Sconfinato e freddissimo. Qualcosa di bello.
