La musica di sottofondo nel nuovo centro commerciale era “Astro del Ciel”. Greta aveva studiato
il testo della canzone a memoria per lo spettacolo di Natale a scuola, e così la canticchiava a voce
bassa mentre, aggrappata alla mano della mamma, camminava sul pavimento lucido del piano terra.
Astro del Ciel
Pargol divin
Mite Agnello Redentor
Tu che i Vati da lungi sognar
Tu che angeliche voci nunziar
Luce dona alle menti
Pace infondi nei cuor
Un trenino elettrico carico di bambini festanti fece un giro completo attorno al grande albero di
Natale, poi si allontanò scampanellando lungo una delle gallerie di negozi.
Il centro commerciale, inaugurato giusto in tempo per le feste, era molto più affascinante del
vecchio supermercato di quartiere dove Greta era abituata ad andare con la mamma.
«Mi fai salire sul trenino, mamma?»
«Adesso no, dobbiamo fare la spesa.»
Astro del Ciel
Pargol divin
Mite Agnello Redentor
Tu che stirpe regale decor
Ai piedi della scala mobile, Greta guardò i gradini materializzarsi dal pavimento, con un moto
continuo e ipnotico, e salire verso la balconata. Provò a fissarne uno, lo osservò formarsi all’uscita
dalla fessura, poi crescere in altezza, come una torta lievitata, e infine cominciare la sua ascesa maestosa. Il gradino, accompagnato dai due corrimani di gomma che avanzavano alla stessa velocità,
arrivò in cima, si abbassò e finì ingoiato dalla replica della fessura che l’aveva creato. Magia.
«Attenta, Greta, metti i piedi bene al centro del gradino» disse la mamma. «Ecco, così.»
Greta rimase aggrappata alla mano calda della mamma, ma con l’altra si appoggiò al corrimano
scorrevole che sussultava e vibrava e – strano – andava leggermente più piano, tanto che la mano
restava indietro rispetto alla spalla e al resto del corpo e Greta fu costretta, un paio di volte, a
spostarla di qualche centimetro per riallinearla.
«Stai attenta, adesso» disse la mamma, e strinse più forte la mano di Greta. «Non devi mai restare
ferma con i piedi sul gradino quando la scala finisce.»
«Perché?»
«Non discutere, fai un bel salto. Op-là!» e Greta saltò oltre la fessura che ingoiava il gradino.
«Che cosa succede se resto con i piedi sul gradino, mamma?»
«Non provarci mai, hai capito? Guai a te. È pericolosissimo.»
Senza lasciare la mano della mamma, Greta si voltò a guardare la scala mobile. Tutti quelli che
stavano salendo, come avevano appena fatto loro, scavalcavano la fessura e se ne andavano per la
loro strada. Nessuno guardava a terra. Non facevano caso al meccanismo, passavano oltre.
La mamma tolse una moneta dalla borsa e liberò un carrello dalla lunga fila allineata accanto
all’ingresso del supermercato.
«Mamma, come faremo a portare le borse della spesa fino alla macchina? Si può andare con il
carrello su quelle scale?»
«No, certo, useremo l’ascensore.»
Greta frugò con lo sguardo e vide gli ascensori allineati in fondo alla balconata. Ce n’erano quattro
e, arrivati al piano, con un leggero scampanellio – dlin-dlon – aprivano le porte automatiche – swisss
– e poi di nuovo – swisss dlin-dlon – le richiudevano, pronti a ripartire per un nuovo viaggio.
Greta, però, non trovò l’ascensore interessante come la scala mobile. Peccato non tornarci.
Tu virgineo, mistico fior
Luce dona alle menti
Pace infondi nei cuor
Astro del ciel
Pargol divin
Prima di entrare nel supermercato, la mamma fermò il carrello per salutare una donna con un
cagnolino nella borsetta. Greta riconobbe la signora Bonelli e il suo stupido Toby, che somigliava
più a un topo che a un cane. Anche quando tentava di abbaiare, il suo verso sembrava uno squittio.
Lei preferiva i gatti. Come quello dei Tonoli del sesto piano. Lo vedeva sempre passeggiare sul
terrazzo e tenersi in equilibrio sul cornicione come l’acrobata di un circo. Le sarebbe piaciuto avere
un gatto tutto suo; l’avrebbe chiamato Silvestro e gli avrebbe permesso di dormire con lei, così si
sarebbe sentita meno sola nella sua stanza buia e silenziosa. Ma la mamma non ne voleva sapere di
gatti in casa. Si fanno le unghie sul divano e sulle tende, diceva, lasciano in giro matasse di pelo e poi
adesso che arriva il fratellino non sarebbe affatto igienico. Greta non era sicura di sapere che cosa
volesse dire igienico, ma aveva capito che c’era di mezzo il fratellino e, quindi, non si poteva
discutere. Da quando ne era stato annunciato l’arrivo, era stato subito chiaro che lui si sarebbe preso
tutti gli spazi, le priorità e le attenzioni della mamma e del papà, e a lei non sarebbe rimasto granché.
Intanto la mamma e la signora Bonelli si erano messe a parlare. Mi sa che non la smettono più,
pensò Greta, ma poi il suo sguardo fu catturato di nuovo dalla scala mobile. Accanto a quella che
avevano usato per salire, ce n’era una identica che scendeva al piano terra. Stesso movimento fluido
e ipnotico, stesso ronzio meccanico, stesso moto perpetuo. A Greta sarebbe piaciuto provare anche
a scendere. «Mamma, posso andare fino lì?»
La mamma non rispose, impegnata ad ascoltare la signora Bonelli e il resoconto della riunione di
condominio. Sempre gli stessi discorsi noiosi: i vandali che avevano usato lo spray sulle saracinesche
dei garage, il signor Frattini del terzo piano che fumava in ascensore, la signora Giovannini che
innaffiava i gerani e lasciava gocciolare l’acqua sul terrazzino dei Gusberti.
Greta fece qualche passo verso la scala mobile e il ronzio diventò più intenso. La mamma aveva
detto che, dopo la spesa, avrebbero preso l’ascensore, perché con il carrello non era possibile usare
di nuovo la scala mobile. Ma lei voleva scendere, lo desiderava davvero tanto. Da lì, dal punto più
alto della scala, era possibile guardare giù e vedere tutto l’atrio, l’albero addobbato, il trenino che
tornava dal suo giro nelle gallerie e scaricava i bambini per caricarne altri. Luci, colori, vetrine
illuminate, palline, ghirlande, scintillio di diamanti, oro e argento, la musica degli altoparlanti, tutto
era un vortice che ruotava, girava sempre più veloce, ma la scala era il centro dell’universo. Ah, pensava Greta, poterci entrare, guardare i meccanismi, gli ingranaggi, farsi piccola piccola per seguire
i gradini oltre la soglia di quel mistero oscuro.
Con la coda dell’occhio, Greta controllò che la mamma fosse ancora impegnata a parlare con la
signora Bonelli, poi tornò a rivolgere l’attenzione alla scala, spostandosi leggermente per far passare
una donna con gli stivali al ginocchio e un tizio pelato. Guardò la mamma un’ultima volta.
Non devo farlo, la mamma non vuole.
Ma voglio farlo, voglio scendere, voglio arrivare in fondo alla scala.
La mamma mi sgriderà.
Ma forse non se ne accorgerà, non mi sta nemmeno guardando.
Mite Agnello Redentor
Tu disceso a scontare l’error
Tu sol nato a parlare d’amor
Luce dona alle menti
Pace infondi nei cuor
Greta trattenne il respiro, come faceva prima di immergersi con la testa nell’acqua della vasca da
bagno, e mise i piedi sul gradino appena nato. Sotto le suole di gomma delle sue scarpe, il gradino
sussultava e vibrava e strideva, come una cosa viva. Erano solo cigolii, quelli che sentiva, o la scala la
stava chiamando per nome? Greta, Greta, Greta…
Alla fine della discesa, Greta ricordò le parole della mamma e fece un saltino per oltrepassare la
fessura dentellata, poi si avvicinò alla scala che l’avrebbe riportata al piano di sopra. La magia che
l’aveva intrigata fino a quel momento era intatta. Trattenne di nuovo il fiato e cominciò a risalire.
A metà percorso, Greta iniziò a visualizzare la fessura, le sembrava già di vedere le scanalature dei
gradini che s’intersecavano perfettamente nei fori, una bocca con mille denti che ingoiava senza
sosta. Dove andavano a morire i gradini? Ma poi, morivano davvero? E se, invece, ci fosse stato
qualcosa di meraviglioso oltre quella soglia magica? Greta arrivò in cima alla scala e rimase con i
piedi ben saldi sul gradino, aspettando che i mille denti si spalancassero per lei e la inghiottissero,
trasportandola in un universo meccanico dove sarebbe diventata la regina degli ingranaggi. Ma le
suole di gomma delle sue scarpe scivolarono oltre la fessura, Greta inciampò, riprese l’equilibrio e si voltò a guardare delusa il gradino che proseguiva la sua strada verso l’ignoto, una strada che a lei era
appena stata preclusa. La canzone di sottofondo si ripeteva in loop, ma Greta la sentiva a malapena.
Astro del ciel
Pargol divin
Mite Agnello Redentor
Tu che i Vati da lungi sognar
Tu che angeliche voci nunziar
La mamma non si era mossa, era ancora immersa nella noiosa conversazione con la signora
Bonelli. Non guardava nemmeno dalla sua parte per accertarsi che fosse ancora nei paraggi.
Probabilmente non si accorgerebbe nemmeno se io sparissi, pensò Greta, e quando se ne accorgerà,
non credo che le importerà molto, perché tra poco ci sarà il fratellino che prenderà il mio posto.
Glielo aveva detto Eleonora, la sua compagna di banco. Quando arriva un fratellino in casa, tutti
guardano solo lui e si dimenticano di chiunque altro. A Eleonora era appena successo, era una vera
esperta in materia. I fratellini piangono e bisogna correre subito da loro, diceva, mangiano a tutte le
ore, sanno di borotalco e di crema Fissan, ma poi fanno la cacca e puzzano da far schifo, stanno
sempre in braccio a qualcuno e non si possono toccare perché sono delicati. Ecco perché preferirei
un gatto, pensò Greta, e tornò a guardare la scala mobile discendente. Aveva ancora tempo per
riprovare, ma questa volta avrebbe dovuto impegnarsi di più. Si tolse le scarpe e le calze, attese che
non ci fosse nessuno in procinto di scendere, poi appoggiò i piedi nudi sul primo gradino. Sentì il
freddo del metallo, le zigrinature le parvero schegge di vetro sotto la pelle calda. Mentre avanzava
verso l’abisso era sicura, ormai, che ogni scricchiolio, ogni ronzio, ogni sussulto la chiamasse urlando
il suo nome. Greta, Greta, Greta. Questa volta non avrebbe fallito, le sue dita minuscole, non più
prigioniere delle scarpe, si sarebbero incastrate perfettamente nella bocca dentellata che era lì pronta
ad accoglierla. Chissà che cosa avrebbe trovato dall’altra parte. Forse un mondo dove non c’erano
fratellini e ogni bambina avrebbe potuto avere un gatto. Arrivò alla fine della scala e guardò ancora
una volta le luci e le decorazioni scintillanti che l’avvolgevano in un abbraccio a colori. La musica si
alzò, un coro angelico intonò l’ultima strofa di “Astro del Ciel”, e Greta chiuse gli occhi.
Luce dona alle menti, pace infondi nei cuor
Luce dona alle menti, pace infondi nei cuor
Nel centro commerciale, la musica di sottofondo era “Tu scendi dalla stelle”. Filippo conosceva la
canzoncina e la canticchiava a voce bassa mentre, aggrappato alla mano della mamma, camminava
sul pavimento lucido del piano terra.
Tu scendi dalle stelle
O Re del cielo
E vieni in una grotta
Al freddo al gelo
E vieni in una grotta
Al freddo al gelo
Il trenino elettrico carico di bambini festanti si allontanò scampanellando lungo una delle gallerie di
negozi.
«Mi fai salire sul trenino, mamma?»
«Adesso no, dobbiamo fare la spesa.»
Oh Bambino mio divino
Io ti vedo qui tremar
Oh Dio beato,
Ah quanto ti costò
L’avermi amato
Ah quanto ti costò
L’avermi amato
«Mamma, come mai saliamo da qui?» chiese Filippo davanti alle porte dell’ascensore. «Io voglio
andare sulle scale mobili come l’altro giorno.»
«Non vedi? Le scale mobili non funzionano.»
Filippo guardò meglio. Le due rampe di scale mobili, una per salire e una per scendere, erano
ferme. Allora perché lui aveva l’impressione di sentirle cigolare e vibrare? Che cos’era quel ronzio
sommesso che sembrava chiamarlo per nome? Filippo, Filippo, Filippo.
Davanti alle imboccature delle due scale c’era una transenna di plastica rossa e bianca, con un
cartello che bloccava l’accesso. Se fosse stato più vicino, Filippo avrebbe potuto leggere la scritta in
stampatello: “In manutenzione”. Ma la mamma era già entrata nell’ascensore e gli stava dicendo di
sbrigarsi.
