Con una mano afferro il braccio di Mamma e con l’altra stringo forte forte l’orsacchiotto che mi hanno regalato ieri, che ho compiuto nove anni. E lo so che ormai sono grande, ma adesso un po’ di paura ce l’ho anche io. Ancora non l’ho capito cos’è successo, davvero. Ho solo sentito un botto enorme, la Franca che urlava come una matta dal piano di sopra e una luce entrare dalla finestra. Ho guardato fuori, e il cielo era scomparso. Qualcuno, da lontano, gridava che era scoppiato l’inferno. Solo che io non lo so che forma ha l’inferno, anzi pensavo fosse una roba inventata. Ne ho sentito parlare solo qualche volta, a catechismo, nei pochi momenti che il mio cervello riemergeva dal sonno e dalla noia. Non ci credevo mica, all’inferno. E invece adesso sembra proprio che Nina la catechista aveva ragione. A vedere fuori dalla finestra, mi sa proprio che questo mostro rosso e cattivo che chiamano diavolo esiste per davvero.
Mamma urla, papà cerca di trattenersi ma lo vedo nei suoi occhi lucidi che non sa cosa fare. Nessuno capisce cosa sta succedendo. Si sentono solo grida, pianti, botti e altri suoni confusi che arrivano da fuori, attraversano le pareti del nostro appartamento e ci piantano a terra senza che riusciamo a decidere cosa fare. Papà tiene in braccio mia sorella, che è piccolissima e non sa nemmeno parlare. Meglio così, forse. Stringo il braccio di mamma così forte che le unghie entrano nella sua pelle calda e sudata. La casa si sta riempendo pian piano di fumo. Papà dice che non c’è altra scelta che correre giù per le scale e uscire fuori. O almeno, mi sembra che dica così, anche se le sue parole sono confuse, sbiascicate e schiacciate dal caos.
In pochi secondi siamo giù per le scale. I gradini non finiscono mai. Mamma cammina veloce e io cerco di stare al suo passo, ma non ci riesco. Perdo l’equilibrio, cado, sbatto il ginocchio sulle mattonelle fresche e vorrei piangere per il male. Mamma urla di alzarmi e correre, e allora le lacrime vengono risucchiate dagli occhi, restano dentro me, e senza dire nulla ricomincio a correre. Sembra quasi di volare, i gradini sotto di noi non li sento. Una ciabatta vola via; non c’è tempo per fermarsi e riprenderla. Altre persone scivolano giù per le scale. Un uomo grasso e sudato sta per salire dentro all’ascensore, ma papà lo ferma tirandolo per la maglia e gli urla di non fare stronzate. L’uomo grasso risponde con parole brutte, e poi scende barcollando giù per i gradini, a petto nudo, con la pancia che sale e scende ad ogni passo. Davanti a noi, una signora anziana procede piano piano. Vorrei aiutarla ma ormai non sono più in me. È come se qualcun altro stesse pigiando i tasti che controllano il mio cervello, e non riesco a scegliere i movimenti da seguire, le parole da dire, i pensieri da pensare.
Scivolo giù, trascinato dalla presa salda e strettissima di mamma. E finalmente la discesa di gradini finisce e il mondo si apre davanti a me.
Nulla è come lo ricordavo. Il cielo è nero anche se non piove. La luna è mangiata dal fumo. La gente corre senza direzione. L’aria ha un sapore strano, amaro, e non è buona come la ricordavo. Dovrebbe essere notte, e invece c’è così tanta luce che sembra giorno. Palazzi interi bruciano in fiamme. Bidoni dell’immondizia sono ormai fuochi puzzolenti e irrespirabili. È tutto così strano e irreale che quasi non sembra vero. Forse è un sogno, penso. Tra poco mi sveglierò e sarò nel mio lettino. Magari mi sarò fatto la pipì addosso per la paura, ma fuori dalla finestra ci sarà la solita calma che conosco. Mi immagino mentre mi alzo dal letto, scivolo silenzioso in camera dei miei genitori, li vedo addormentati e tranquilli e me ne torno nel mio letto, stretto all’orsacchiotto che non ha ancora un nome, perché per scegliere un nome ci metto giorni, a volte mesi.
Per un secondo lascio la presa di mamma e stringo forte la mia pelle, fino a scavarci dentro con le unghie, ma niente. Non mi sveglio. Mamma riagguanta il braccio e urla di non lasciarlo più, nemmeno per un secondo. Annuisco. Intorno a noi tutto continua a bruciare e puzzare e cambiare forma. Da lontano arrivano alcune sirene. Le luci rosse e blu si confondono con il fuoco. È tutto un riflesso di immagini e scintille e scie luminose. Camminiamo per la strada in cerca di una via di uscita. Un bidone esplode vicino a noi. Un suono fortissimo che mi congela il sangue. Mamma mi abbraccia col suo corpo per proteggermi dal fumo, ma è tutto inutile, perché il fumo è così denso e nero che entra fin dentro alle mie ossa e annerisce tutto quello che c’è nascosto sotto la pelle. Un cane abbaia spaventato, libero dal guinzaglio ma spaesato come tutti noi. Una fiamma alta mi passa vicino. Ci metto qualche secondo a capire che dentro a quel giallo e rosso c’è una persona che sta correndo. Mamma mi tappa gli occhi con la mano che non stringe il mio braccio, ma attraverso i varchi sottili tra le sue dita vedo tutto. Vorrei chiudere gli occhi ma questo caos è così terrificante che non riesco a non guardare. Camminiamo per via Ponchielli in cerca della fine, di un punto dove la vita procede ancora normale e assonnata come sempre, ma qualcosa si è rotto e tutta la città sembra essersi svegliata. I palazzi, anche quelli lontani, hanno acceso le luci. Stringendo gli occhi vedo sagome scure affacciate al balcone. Sento la loro paura come se fosse mia. O forse è davvero la mia, di paura. La stessa che ho quando la sera guardo di nascosto i film con il pallino rosso che papà dice che sono da grandi. Ma questo non è un film. È la vita vera, e io nella vita vera non avevo mai visto niente di simile, mai avuto così tanta paura. Tremo, come i panni in fiamme stesi fuori dai balconi.
«È esplosa la stazione!» urla qualcuno, e con la mano indica verso i binari. Un mostro rosso alto non so quanti metri illumina tutto. Non può essere vero. Sembra di essere su un altro pianeta, e
invece è casa mia. È Viareggio. Proprio lei, e io non riesco a crederci mentre guardo la stazione che attraverso ogni giorno per andare verso il mare, sotto il sole giallo che d’estate rende tutto secco e limpido. Di solito la luce viene dal cielo, insomma, non dalla ferrovia. Forse non è stato un treno ad esplodere come dicono tutti, forse è stato il sole a cadere sulla ferrovia, lo stesso che di giorno illumina le strade, la passeggiata, la spiaggia. Il sole è crollato su Viareggio e ora come ora non lo so se domani ci sarà la stessa luce di ieri.
Le persone corrono e urlano più forte delle sirene, che nel frattempo si sono fatte più vicine e assordanti. Tossisco, inizio a non respirare più. Le figure si fanno sempre più confuse e sfocate, i suoni più lontani e indecifrabili; mi sembra di vedere tutto attraverso un vetro. In mezzo a questo caos sento un grido un po’ più forte rispetto alle altre urla di sottofondo. È una voce di donna, limpida e disperata. Sta urlando un nome. Il nome Giulia. E io non so chi è la donna che sta urlando, ma non so perché sono sicuro che Giulia è sua figlia. Stringo forte, ancora più forte, il braccio di mamma, che ormai è scavato dai segni delle mie unghie. Non sembra darle fastidio, però. Forse la mia stretta pungente la aiuta a restare sveglia e connessa alla realtà. D’improvviso sento qualcosa salire dallo stomaco. Vorrei vomitare. Apro la bocca come quando sono malato e seduto davanti al gabinetto con mamma che mi tiene i capelli, ma non esce nulla. Solo altro fumo entra dentro la mia gola e scende giù fino a dove batte il cuore. Mamma urla qualcosa, ma non la sento. Papà corre veloce davanti a noi, con Anna stretta fra le braccia. Questa strada non finisce mai. Forse stiamo sbagliando direzione. Forse non c’è fine a questo inferno. Sembra quasi di girare in tondo, senza un punto di riferimento che indica la porta d’uscita verso la libertà. Bambini e donne e uomini e cani e gatti e pompieri e nonni e nonne e tutti gli altri corrono in direzioni diverse. Alcuni si scontrano, cadono, ripartono. Non c’è equilibrio che tiene in piedi i nostri corpi.
Poi finalmente vediamo un carro dei pompieri. Rosso, luminoso, bellissimo. Corriamo in quella direzione, e un ragazzone enorme e con un cappello giallo in testa ci dice con voce sicura la direzione da seguire. Altre persone intorno a noi lo sentono, e tutti insieme corriamo dritti verso la strada che il pompiere ci ha indicato. Passo dopo passo il fumo diventa meno nero, le fiamme scompaiono. Il buio è di nuovo buio, le case sono di nuovo case. Ambulanze ci accolgono e piano piano ci portano via. I medici dicono che è finita, urlano di stare tranquilli, ma come si fa?
Una ragazza piange e si strappa via i capelli, un anziano avvolto in una coperta fissa il cemento scuro della strada, una donna guarda con occhi lucidi le fiamme sempre più lontane. Mi volto anche io, verso quella che era la mia città, la mia casa, la mia stazione. E non ci vedo nulla che è ancora mio. Nulla che riconosco. Una ragazza avvolta in un vestito giallo e blu con una Croce Rossa sopra mi accarezza la testa, e chiede se posso salire con lei sull’ambulanza. Nemmeno il tempo di rispondere che sono già dentro. Mentre lo sportello grosso e lucido si chiude, lancio l’ultima occhiata ai palazzi in fiamme. Stringo l’orsacchiotto che adesso puzza di fumo e cenere, e mi sa proprio che è una femmina. La chiamerò Giulia. Lo sportello si chiude con un tonfo sordo. L’ambulanza accelera veloce verso strade che non so, mentre tutto si allontana. Chiudo gli occhi e scivolo nel buio. Alcune immagini ancora corrono da una parte all’altra della mia mente. Non riesco a scacciarle. Poi, silenziose, si dissolvono nel buio. E ritorno a dormire.
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