Le strade provinciali, sempre le stesse. Asfalto crepato e baracche di lamiera crollate nei campi. Gli aironi posati sui pannelli fotovoltaici che attendono di spiccare il volo per ridarsi ai venti, alle linee invisibili delle loro traiettorie eleganti, e al cielo sfiorato dalle turbine eoliche.
Quella volta che un clochard di Clapham South ti ha detto: «Sei stata il sogno che ha fatto traboccare il creato», nessuno dei due aveva soldi da dargli e poi eravamo in ritardo sulla tabella di marcia (avanti, basta seguire il flusso, la massa), mentre la linea nera dell’underground minacciava di spaccare il secondo, come Paul Simonon, il basso nella copertina dell’album dei Clash – quel giorno che bevevamo giovinezza a piccoli sorsi dalle tazze d’asporto Starbucks. Al momento di ordinare i caffè abbiamo dato nomi di fantasia al barista che ci chiedeva chi eravamo. Com’è che ti facevi chiamare? Silvia con la ipsilon in onore della Plath. Le stelle polari sono bipolari nel cielo di settembre, sopra la City.
Quella volta che la proprietaria, la signora Xu Zeng di Whuan che ci disse di aver lasciato la Cina perché “il sogno cinese tanto calo a Xi Jinping is a bullshit (una stronzata)”, venne a riscuotere l’affitto della stanza che condividevamo con easy & peasy (“i magici topi metropolitani di Lady Diana”, parole tue baby), e tu avevi ammesso che la cosa più difficile era arrivare a un’età ma ancora più difficile è voltarsi indietro; non a guardare, quanto a cercare di ricordare quel che è stato fatto, quel che è andato perso, quel che è rimasto. La tua voce sussurrante era il meridiano di Greenwich, capace di tagliare in due il mondo. Uno squarcio perpendicolare all’Equatore. Quanti noodles istantanei ci siamo mangiati io e te? Anche se poi ci facevano venire il mal di pancia. E i versi dei poeti vittoriani l’emicrania. E Shakespeare l’insonnia.
Ti ricordi quando mi hai chiesto di darti la mano e accompagnarti di sotto, in cucina? Quella mattina a Londra c’era il sole e tu hai sempre avuto paura della luce. L’ho sempre saputo, anche se tu non hai mai voluto ammetterlo. Ma eri brava a lasciarlo intendere. Di giorno sopravvivevi. Di notte ti ritrovavi. L’oscurità è sempre stata il tuo giardino botanico, il mind the gap scritto a caratteri cubitali nelle tue pupille dilatate – io e te strafatti di popper nelle disco-cantine di Soho. Il nero, il tuo colore preferito. Tutto questo per dire che fingevi di attribuire le tue paure alla presenza di Marius, il nostro coinquilino polacco. Quel ragazzone di quasi due metri aveva giusto un paio di difetti: usava i bastoncini cotonati per tapparsi il naso e non per pulirsi le orecchie, preparava l’impasto per i pierogi solo se aveva entrambi i tipi di farina. L’alimentare e la psicoattiva. Marius era un tipo generoso, ma a te non andava a genio. Gli rispondevi sempre a tono. T’infuriavi e diventavi tagliente quando a volte, incontrando lui e la sua faccia sporca di feta e spinaci per casa, ti diceva: «Ma tu sei troppo bella per essere la sua ragazza». E tu che gli rispondevi: «Io non sono sua. Con il possesso facci il ripieno dei ravioli. Spero che stavolta ti vadano di traverso». Sempre in italiano e col sorriso, Sylvia, lasciando a me il compito di tradurre la verità col dizionario della bugia: «Marius, non ti preoccupare, tranquillo, voleva solo avvisarti che abbiamo ospiti». E quel gigante bamba-accelerato: «Sul serio?! Magari, un po’ di fica finalmente?!». Ti dispiaceva deluderlo, ma anche i topi di Lady D volevano il loro spazio. Marius sapeva stare al gioco. Sapeva quanto erano deliziosi i suoi pierogi ripieni di possesso e al retrogusto di biancaneve – cioè, quanto passato è presente!
Hey hey my my provincia, lascio ricordi e paure nei pori dei tuoi tufi. Mentre guido l’utilitaria dei miei genitori, i miei trent’anni con la cintura d’insicurezza allacciata e alla radio la canzone che hai cantato quella volta a Camden. Sotto la pioggia post-Brexit, prima di partire per l’altrove con la tua cresta blu velvet da riot girl, Malibu degli Hole, la colonna sonora e portante dei nostri ieri da lavapiatti. L’autovelox che scatta una foto a questa faccia da perdente. Spingo forte sull’acceleratore e penso alle nuvole e alle loro ombre che corrono sui rettilinei e oltre le curve, penso a Silvia con la ipsilon che è scomparsa dalla mia vita e dai social, penso alle scrittrici morte suicide, e prima che il bianco piumato di centomila ali mi distragga per sempre, rivolgo agli eterni sconosciuti questo ultimo pensiero.
Dire di no al bianco mi risulta impossibile. La pagina è l'infinito spazio concessoti dalla vita, è il luogo sacro dove le parole vanno ad accasciarsi per riposare in pace come i vecchi saggi elefanti dell'Africa sfuggiti al bracconaggio, è il fondale del Mediterraneo nella cui tenebra le parole vanno raso l'eternità, intrecciandosi al volo di angeli migratori che hanno fatto della sabbia e delle acque, il loro regno dei cieli. Lasciando quassù, quello dei ciechi. David Cerulli, da oggi in poi Gregorj Uliev.
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