A Milano, Bearzot

Carlo Rossi

Io me lo ricordo bene Enzo Bearzot. Anni fa l’ho incrociato per le strade di Milano.
Mio padre era atteso per un incontro di lavoro e mi aveva portato con sé per un soggiorno che rese tangibili luoghi e stile di vita tanto rappresentati in tivù: palazzi a sfidare il cielo, pubblicità scintillanti ad altezze improbabili, scarpe lucide, cravatte a profusione, strade grandi, cielo plumbeo, treni per la via, treni sotto la via e poi parole, veloci oppure soffiate, di un dialetto ermetico e per me ridicolo. Un’opulenza urbana che aveva irretito i miei sensi, sconcertati da uno scenario che sembrava un teatro a cielo aperto. Ero una piccola anonima comparsa arrivata dal profondo sud, ma volevo essere pronto per far parte di quello spettacolo, perciò, pur non essendo domenica, avevo ordinato i capelli alla perfezione e mi ero infilato nei vestiti buoni, proprio quelli per la messa.

La nostra meta era in pieno centro, nel ventre della Milano di metà anni ’80, in quel grattacielo che a mio padre dettava le regole. Un palazzone a pochi isolati dal Duomo che, ai miei occhi da bambino, sembrava ornato da centinaia di stalagmiti che reggevano una Madonna rivestita di carta dorata ad uso cioccolato. Stavamo attraversando una viuzza stranamente deserta, quando persi il contatto con il palmo mancino di mio padre. La sua mano non mi mollava mai. Una “mano gigante” che da molti anni sopperiva la mancanza dell’altro arto rimasto letteralmente in terra, a causa di un incidente, in quel pantano irrigato da sangue che trovava nel laccio di uno scarpone l’unico irrilevante ostacolo.

Mi sentivo già abbandonato in quella ignota anarchia di vetri, cemento e sfarzo. Il mio sguardo corrucciato inseguì e arpionò il suo volto che mi sorrideva e mi chiedeva di affrettare il passo:
«Vieni Nicola, dai!».
L’avrei seguito in ogni caso, ovvio, ma notai un’anomala frenesia, un’esortazione carica di urgenza positiva. Vidi mio padre procedere, quasi danzando, verso una coppia matura ma animata da mirabile vitalità: un uomo e una donna che spiccavano in un contesto uniforme, quasi incolore. Lui era alto, magro e dal portamento elegante, ammantato da freschezza che strideva con le pieghe del volto e i pochi capelli grigi. Ed era sorridente, soprattutto sorridente. Lei, invece, ostentava indulgenza e si proponeva “apparecchiata”, proprio come imponeva la moda aristocratica di altra epoca. Erano il leggendario Enzo Bearzot e la sua gentile consorte in libera uscita per le strade del centro milanese.
«Salve Mister, posso salutarla?», chiese mio padre con inflessibile affabilità.
Di rimando, l’allenatore campione del mondo, accentuò il sorriso e filtrò lo sguardo attraverso due minuscole fessure rivelatrici di garbo, bisbigliò qualcosa che aveva la valenza di un “certochesì” rassicurante e subito porse la mano a mio padre. «Le presento mio figlio».
Sfogliai il libro delle facce archiviato nella mia testa cercando di assegnare un nome a quel volto familiare ma relegato tra una serie di ricordi che affollavano la mia mente. Impacciato ma fulmineo, tesi la mano proprio per non spezzare il ritmo dettato dagli eventi e andai a incontrare il palmo che aveva innalzato, solo tre estati prima, il trofeo sognato da ogni ragazzino cresciuto per strada a rincorrere – con molta tenacia e poca tecnica – un pallone da due soldi.
Ci congedammo tra larghi sorrisi, «buona giornata, Mister!» concluse mio padre, e mi strinse a sé.

«Hai visto chi abbiamo incontrato?».
«Papà, non me la lavo più questa mano!».
«Sei contento, Nicò?».
«Bellissimo, e chi se lo immaginava di trovarli qui, così, a passeggio!».
«Se ne andavano alla Rinascente» s’inventò di sana pianta mio padre.
«Ma allora li fermeranno tutti e bloccheranno le scale mobili».
«No, qua sono abituati a fare incontri con gente importante».
«Madò che bella Milano, quando torno a Badriani lo dico a tutti a scuola».
«Eh, a proposito! Più tardi ti porto a vedere il Duomo e andremo fin sopra al tetto. Guardalo bene
che ci devi fare il tema per il maestro. Altrimenti me ne dice di tutti i colori visto che ti ho fatto
assentare».
«Sì papà, ci metto dentro pure che ho trovato Bearzot con la moglie che andavano alla Rinascente a
fare la spesa».
«No, vabbè, al massimo scrivi che hai stretto la mano a Bearzot».
«Siii, lo devo dire a tutti!».
«Ma il fatto della Rinascente non lo mettere».
«Okay!».
«Peccato che non avevamo nulla per farci fare l’autografo».
«No papà, io sono felice così: mò non me la lavo più questa mano!».
«Così ci cresceranno i vermi sopra!».
«C’hai parlato come se fosse tuo amico, mica lo conoscevi?».
«No, però funziona così: le persone autentiche sono semplici e la gentilezza è la loro forza».
«È uno che non si sente importante, anche se gira vestito in tiro».
«Pure tu oggi ti sei messo i vestiti buoni».
«Ah, vero! Ma la pipa, non ce l’aveva».
«Gli si è rotta e, te l’ho detto, mò sta andando alla Rinascente a comprarsene una nuova».
Avevo stretto la mano al condottiero di un calcio al tramonto. Avevo stretto la mano a Bearzot, il
tecnico in grado di far sognare la nazione e di infiammare il vecchio cuore di Pertini, il presidente partigiano.

Quel modo semplice di offrirsi, senza alcuna mediazione, mi avrebbe fornito un termine di paragone per i successivi incontri con presunti notabili mossi dai vacui fuochi di effimeri valori o da granitiche certezze spazzate via dal primo refolo. L’incontro aveva scavato qualcosa dentro che aveva accresciuto il mio amore per il calcio. Anni dopo, innumerevoli tentativi di trovare un lavoro al paesello avevano fiaccato ogni mio proposito, ma Milano era stata la prima città a cui avevo pensato per richiedere asilo e la prima a darmi qualche prospettiva. Era anche riuscita a farmi coltivare la mia passione calcistica: se oggi alleno ragazzi che, su campi polverosi rincorrono un pallone – con molta tenacia e poca tecnica – lo devo a Milano, a Bearzot e a mio padre che volle portarmi con sé in quel breve soggiorno.

Quando posso, organizzo con i miei ragazzi una bella “gita Rinascente”, così posso avere l’opportunità di mantenere vivo questo ricordo raccontando questo aneddoto mentre li accompagno dal Lorenteggio in una viuzza stranamente deserta lì dove ho trovato Bearzot.

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