Pin Pin Cavalin

Giulia Rigoni

«Pin pin Cavalin,/va a toeu l’acqua al fontanin,/va a toeu l’acqua a la fontana,/pin pin mariana,/pan poss, pan fresch,/mi induini che l’è quest!».

Saranno una decina, non di più: bambini che si atteggiano a uomini nei loro calzoncini quattro stagioni e camicie a manica corta, nonostante ci sia ancora la neve. Nel cortile della cascina dove vivono, nelle campagne milanesi, giocano a fare i grandi, e non si preoccupano di cosa abbia in serbo per loro il futuro; si contendono a suon di sberloni sulle mani l’ultima Rossana rubata di nascosto al carretto delle caramelle, e va bene così. Non sanno che, proprio in quel momento, in una piazza del centro di Milano, la Città che evoca un mondo altro, fatto di ricchezza, progresso e cemento, un tale di nome Benito Mussolini sta fondando i Fasci Italiani di combattimento, e a breve la loro infanzia diverrà davvero un ricordo lontano inghiottito da una camicia nera.

Otto formano un cerchio disordinato, mentre il Nan e il Belé – i più grandi del gruppo – vi sono al centro, in piedi uno di fronte all’altro, e si colpiscono con forza a ogni errore. Gli amici cantano Pin pin Cavalin in modo sguaiato, urlano, fischiano quando tocca il Belé, tengono il fiato sospeso quando è la volta del Nan. Dopo l’ennesimo errore del Belé, entra in azione il Nan: tende le braccia in avanti, con le mani chiuse a pugno e le nocche sporgenti che puntano la terra bianca del cortile e, incitato dal gruppo, le gira e rigira in un gesto di scherno che infastidisce il rivale oltremodo.

Il Belé, infatti, non sopporta di essere preso in giro, vorrebbe tirargliela in testa una bella centra invece che sulla mano, e se ci fosse chiunque altro lo avrebbe già fatto, ma ha davanti il capobranco e sa che deve trattenersi. D’altronde, quelle sono le regole e vanno rispettate. All’ultimo giro, al Belé sembra di intravedere del rosso tra le dita storte del Nan, e allora picchia forte sulla mano sinistra dell’amico. Il cuore martella e le gambe tremano un pochino nei secondi che lo separano dalla vittoria. In bocca scorre già il gusto dolce del latte all’aroma di frutta secca, che scompare non appena vede un sorrisetto diabolico dipingersi sul volto sbarbato dell’altro.

Non serve nemmeno che il Nan la spalanchi: la mano è vuota. Il ragazzino scoppia a ridere, rumoreggia con la carta della caramella che adesso tiene tra pollice e indice e sventola in faccia all’avversario. Quando a tradimento lascia la presa, il Gaìna ridacchia e sussurra al Malmostoso “l’è propii un diavolott”. L’ammirazione per l’amico più grande accende le guance già rosse del Gaìna, quelle guance dello stesso rosso degli ubriachi dopo le cene in locanda che gli hanno valso il soprannome di cui va molto fiero.
Il Malmostoso, più scorbutico e inverso del solito, gli intima di tacere in malo modo, e ci aggiunge un “pirla” accompagnato da uno scappellotto sul coppino. Nel frattempo, il Belè dimostra una prontezza di riflessi incredibile e salva la caramella prendendola al volo. Poi nasconde le mani dietro alla schiena e se la passa da una all’altra per un minuto buono. Sente tutta la pressione e non sa scegliersi. Il tempo sembra sospendersi in quel cortile di campagna, come anche in Città, dove un giovane Mussolini è occupato a dare vita al movimento politico che segnerà l’inizio di una nuova epoca.

Quando finalmente il Belè allunga le braccia tremanti davanti a sé, la conta ricomincia. Il Nan conduce il coro – Pin pin Cavalin, va a toeu l’acqua al fontanin, va a toeu l’acqua a la fontana, pin pin mariana –, e gli altri lo seguono. Il Crappòn e Sàbet improvvisano un balletto comico e a mezza voce si inseriscono al pan poss. Tutti sperano sia la volta buona, e che il Nan conquisti il tesoro. La filastrocca giunge al termine: il Nan pronuncia quest trattenendo a stento l’ennesimo ghigno, e sceglie deciso la mano destra del Belè. È un tocco leggero, quasi uno sfioro, che al Belè dà ancora più fastidio dello scherno di prima. Il ragazzino esita e stringe il pugno, insieme alla mascella e alla mandibola sporgente.

Gli altri iniziano a saltellare sul posto, la pelle consumata degli scarponcini affonda nella neve, che bagna i calzettoni al ginocchio. Tutti, o quasi, sfregano le mani tra di loro, un po’ per riscaldarsi, un po’ perché hanno già l’acquolina in bocca. «Ué, caga dubbi, o ta caga o ta lassa liber al bus!». Il Nan dice all’amico di muoversi a decidersi, lo provoca paragonandolo all’indeciso cronico del gruppo, e poi scoppia a ridere della sua stessa battuta, seguito a ruota dagli altri, Cagadubbi compreso. I ragazzini si sbellicano dalle risate, esagerano apposta nel gesto di piegarsi in due con le mani sulle pance affamate. Invocano il loro eroe – Nan, Nan, Nan – con lo stesso entusiasmo dei milanesi che, radunati in Piazza San Sepolcro, acclamano Mussolini.

L’unico a non ridere è il Belè, che si mette in disparte: gli occhi bruciano di invidia e sconfitta. Poco lontano, Timido e Fifone siedono in silenzio sul gradino ai piedi del pozzo e osservano la scena. «Secondo te ha indovinato?» chiede in italiano Fifone a Timido, il quale solleva le spalle, assume un’espressione incerta e rivolge all’insù i palmi delle mani protette dai guanti. È il suo modo di dire non lo so. Timido infatti non parla, non può, ma non perché sia muto, le parole le sente e le conosce, sia del dialetto che gli parla la balia, sia dell’italiano degli sciori che si parla in casa loro, che sono i fittavoli della cascina. Semplicemente una notte la voce se ne è andata e non è più tornata.

«Ciumbia, sì che ha indovinato!». L’esultanza di Fifone distrae Timido dai suoi pensieri. Fifone fa per alzarsi, ma ricade subito. A volte si dimentica del suo piede equino e della gamba flaccida.
Da qualche metro di distanza, i due amici vedono i membri del gruppo correre incontro al Nan e stringerlo in un cerchio festoso. «Calma ragazzi, calma. Ce n’è per tutti» dice il ragazzino, scimmiottando il maestro di scuola e provocando l’ilarità generale. Poi, prima di dividere il bottino in base a simpatia e anzianità, il Nan si volta di scatto verso Timido e Fifone, e urla nella loro direzione: «Ué, Fifòn, vegna chì, e portati dietro anca il muto del tuu amis». Lo richiama a sé metà in dialetto e metà in italiano, un po’ per dimostrarsi allo stesso livello dei padroni, un po’ per rimarcare le sue origini contadine.

Fifone non crede alle sue orecchie, in un istante è pronto ad alzarsi, ma poi si blocca, memore della caduta di poco prima. Timido vorrebbe declinare l’invito, ha colto una nota di sarcasmo nel tono del Nan e teme la presa in giro, ma negli occhi neri del suo amico trova solo il desiderio di far parte del gruppo una volta tanto; allora alla fine cede, e gli tende la mano per scortarlo alla ghigliottina. Fifone la afferra subito, si attacca con l’altra al bordo del pozzo e si avvia, impaziente di raggiungere i compagni di scuola. Cammina a fatica, si trascina dietro la gamba poliomielitica con la punta del piede che solca la neve, ma non perde di vista l’obiettivo e sorride felice. Timido è poco dietro; gli occhi incupiti dalle nuvole e dalla preoccupazione percorrono la scia impressa nella coltre bianca.

Impiegano diversi minuti per raggiungere il gruppo. Quando arrivano al cospetto del Nan, il ragazzino si toglie il cappello e fa un inchino in segno di riverenza, imitato ancora una volta da tutti gli altri, a eccezione del Belé, che invece fischia. È il segnale: i bambini accerchiano Timido e Fifone e iniziano a girare, girare, girare – ancora più veloci, ancora più vicini. Intonano Pin pin Cavalin guidati dal Nan, che, all’esterno del cerchio, si improvvisa direttore d’orchestra. C’è chi fa boccacce, chi finge di zoppicare ma tutti, a turno, inciampano apposta e vanno a tirare uno spintone a Timido prima, e a Fifone poi. La cantilena si interrompe quando arriva il Taccagarbuj, che rende onore al suo soprannome di attacca briga e fa la vecchietta al ginocchio buono di Fifone. Il bambino capitombola con la faccia nella neve. Timido gli è subito accanto, vuole assicurarsi che l’amico stia bene, ma Fifone non alza lo sguardo da terra, il petto ondeggia un po’. Timido si alza allora sulle ginocchia affondate nella neve e guarda i coetanei negli occhi, uno per uno. Vorrebbe cantargliene quattro, urlare loro in faccia che non ci si comporta così, di lasciarli in pace la prossima volta, ma la voce si strozza in gola. E mentre Timido è lì raggelato il Nan fa gesto ai suoi discepoli di seguirlo: hanno un bottino da dividersi, non c’è più tempo da perdere. Solo il Belé rimane dov’è, sa che oggi lui è escluso dal banchetto.

«Se ne sono andati?» sussurra Fifone all’amico. Timido gli mette la mano sulla spalla e lo invita a sollevarsi. Quando gli occhi pieni di vergogna dell’amico gli sono davanti, annuisce. «Scusami, mi dispiace, non dovevo portarti qui». Fifone è sconvolto. Timido non l’ha mai visto così, vorrebbe confortarlo, dirgli che non importa e che lui non ha colpe, anzi, ma anche in questo caso le parole sembrano non voler uscire, e allora si limita a una scrollata di spalle. Ma poi, mentre sta aiutando l’amico ad alzarsi da terra, «Meglio storpio, che stronzo!», gli sussurra, e i due amici scoppiano a ridere, non la smettono più, ripiombano nella neve con le lacrime agli occhi, si liberano di tutta l’amarezza accumulata. Il Nan e gli altri nemmeno si accorgono, sono troppo concentrati a divorare la caramella. Chi assiste alla scena dal suo angolino è invece il Belé, che li guarda e pensa robb de matt. E in effetti sì, forse matti lo sono davvero, ma in fondo anche lui è solo un bambino – un belé come lo chiama la nonna – e vorrebbe soltanto essere lì con loro a piangere dal ridere, insieme, come solo gli amici veri sanno fare.

A una ventina di chilometri, la risata di Benito Mussolini galvanizza la folla adorante, che lo acclama a gran voce. Timido e Fifone si alzano, scrollano la neve dai cappotti, e si dirigono a braccetto verso casa. Sorridono, immersi nei propri pensieri, e ancora non sanno che la loro unicità di oggi sarà la loro salvezza nella guerra di domani.

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