Dopo due anni di convivenza, il 31 dicembre 2025, mi ha restituito le chiavi e mi ha lasciato il pesce.
Doveva essere uno stallo temporaneo e invece il pesce è rimasto da me, insieme alla macchina per il caffè a cialde e al giradischi.
Mi aveva presentato il pesce, in uno dei primi appuntamenti, dicendo «So prendermi cura solo di lui, perché con lui è facile!». Pensa se era difficile.
Io non lo volevo il pesce e ora me lo ritrovo in casa. A volte dimentico di dargli da mangiare, ma lui diceva che gli fa bene al pesce saltare qualche pasto, così vive più̀ a lungo. Diceva.
Però il suo pesce gli somiglia un po’: per esempio, quando alterna momenti di zigzag nella vasca a momenti di fissità torva e immobile, come certi silenzi di lui o certi istanti prima della ferocia.
Altre analogie, tra il pesce e lui, non ne trovo. Anzi.
C’è da dire che il pesce è brutto (squame disposte a caso che sembrano staccarsi da un momento all’altro, strane macchie dal verdastro al marrone su tutto il corpo di pesce) mentre lui è bello, come i bronzi greci. Il pesce ha occhi enormi e immobili, lui verdi e taglienti che mandano in confusione mia madre; il pesce è piccolo, freddo e viscido, lui ha un grande corpo caldo; il pesce ha pinne varie di un grigiume disomogeneo, lui ha mani ruvide, che sono fatte per contenere i miei seni.
Forse è meglio dire che il pesce gli somiglia, e non gli somiglia.
Io però col pesce ci parlo e i primi tempi gli urlavo contro di tutto: il pesce, un po’ immobile un po’ saettante, non pareva turbato.
Poi un giorno un’amica abile nel cambiamento di prospettiva, sosteneva che ero stata fortunata, visto che il pesce mangia una volta al giorno e non devi portarlo fuori per i bisogni: alla ex moglie lui aveva lasciato un cane, mi ricordava l’amica agile di prospettiva.
A me era andata meglio ma non ne ero proprio sicura: cambiare l’acqua alla vasca, pulire i filtri di depurazione, passare i vetri con i magneti. Tutte procedure noiosissime per un animale noiosissimo. L’amica nel telefono continuava a ripetere «E che sarà mai?!». E allora, se era così semplice, che venisse lei ad aiutarmi a pulire l’acquario, le rispondevo. E lei era venuta, una volta.
Durante i weekend la testa stacca dal lavoro e nel mio appartamento restiamo io, il pesce, la macchina del caffè a cialde e il giradischi.
Allora devo andarmene: fuggo a casa di mia madre finchè riesco a sopportare le sue rigidità di anziana sola da più di trent’anni. Sedici ore. È il limite di convivenza che ci è consentito; dopo tutto si crepa, si sgretola, cede.
Così torno dal pesce.
Sull’ultima rampa, a ogni scalino, mi sale il desiderio di trovarlo riverso a filo d’acqua: giro la chiave, apro la porta, accendo la luce, attraverso la cucina, afferro la maniglia dello studio, che ora è la stanza del pesce, e fino a quel momento spero, spero, spero, con un fervore che mi farebbe unire le mani in preghiera, non fossi carica di borse, spero che sia morto. Poi entro nella sua stanza e mi scappa un sospiro nel ritrovarlo vivo e natante, la solita fissità̀ di pesce nel bulbo oculare tondamente estroflesso.
Il pesce si dimena, ha fame, ricambia il mio sorriso ebete, e sbeffeggia, in un guizzo ironico di coda, la mia incapacità di liberarmi di lui e il suo spadroneggiare nella stanza, nella casa e nei miei ricordi.
Mi pento di aver provato sollievo e desidero, di nuovo, che lui muoia, pancia in su, il corpo a disegnare una danza macabra di superficie, in perpetuo moto circolare dettato dal getto del filtro. È un attimo immaginare la casa senza l’ingombro del pesce: restano la macchina per il caffè a cialde e il giradischi.
Il pesce, immobile, mi guarda, quasi espressivo, in attesa del suo pasto, in balia della fame, dell’abbandono.
Sposto il vetro superiore della vasca, afferro il barattolo del mangime granulare per pesci e ne verso un minuscolo cucchiaino nell’acquario.
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