Avevamo istruzioni precise.
Un foglietto scritto a mano riportava le regole da seguire nel caso in cui. Non si può sapere come reagisce il corpo in queste situazioni.
Da due giorni si era deciso, insieme a Enzo, di togliere la maschera per l’ossigeno e di passare alla sedazione profonda. Non mi è stato chiaro immediatamente cosa significasse questo passaggio. Ho avuto bisogno di sentire il medico palliativista, per capire se le operazioni erano quelle di non ritorno. È stato il mio unico momento di spaesamento in tutta la storia.
Mi ero attrezzata fin da subito con la mia corazza puntuta, tre anni prima, quando avevo ricevuto la diagnosi di sospetta malattia del motoneurone dal neurologo da cui avevo portato mio padre. Dopo una serie di accertamenti, la telefonata che confermava la mia ipotesi era arrivata.
Era un venerdì mattina di novembre, il ponte di Ognissanti del duemilaventuno. La sera sarei partita per Brescia con mia figlia e mia nipote, un paio di giorni per stare insieme in una città che non avevamo mai visto.
Il mio corpo decideva al mio posto, in quelle ore.
Attacco di panico in Piazza della Loggia, catatonia in auto verso il Museo Mille Miglia, angoscia pervasiva nel bagno dell’Ibis Hotel.
Datti una calmata, non puoi fare così, mi dicevo guardando schifata allo specchio la mia faccia piena di acne da stress. Potevo permettermi il lusso di un lutto preventivo e questo mi doveva sollevare. Dal rientro a casa e fino alla fine, esattamente tre anni dopo come da calcolo stimato, è stata una gestione delle sottrazioni progressive a cui ti obbligano le neurodegenerazioni.
Sono arrivata a casa dei miei subito dopo cena, la sera dell’otto gennaio duemilaventiquattro. Ho dato il cambio a mia sorella, avrei passato la notte lì.
La poltrona rossa reclinabile stava dritta e vuota davanti al televisore, tenuto basso sul telegiornale.
Sono andata a sedermi di fianco al suo letto, gli ho preso la mano. Della forza disperata che qualche giorno prima mi aveva urlato in faccia di farlo morire era rimasto solo l’involucro.
Non parlategli all’orecchio, non stimolatelo, aveva detto Enzo. Mio padre non era più cosciente, perché rischiare? Guardarlo senza maschera era spaventoso. La bocca spalancata sul viso di pietra e il ritmo costante del respiro che gonfiava e sgonfiava il suo pomo d’adamo, lucido e tirato come il pomello di una porta antica.
Enzo mi ha detto che se dovessimo sentire un rantolo non dobbiamo perdere tempo. Lo giriamo di lato e aspettiamo che il liquido defluisca. Ma come la stabiliamo la differenza tra un respiro graffiato e un rantolo?
Enzo mi ha anche detto che potrebbe aprire gli occhi. E in quel caso…
Aspetta, ho scritto tutto sul biglietto. In quel caso, avremmo dovuto iniettargli velocemente nella flebo una soluzione apposita per non farlo soffrire. In che senso per non farlo soffrire, mamma?
Il difetto delle penne lasciate senza tappo per mesi negli svuota tasche è che quando poi ti servono fingono di funzionare fino a quando l’inchiostro sparisce sulla parola più importante che devi scrivere. Le volevo segnare, le altre cose che mi ha detto Enzo, ma non trovavo più penne e lui mi stava parlando. Però ho tenuto a mente.
Non importa mamma. Forse è meglio così.
Sono tornata in cucina, l’ho pregata di andare a riposarsi, avevamo mille penne, chissà dove sono finite, ripeteva lei mentre le luci intermittenti della casa di fronte entravano dalla finestra. Le toglieranno per Carnevale come l’anno scorso, ho detto mentre lei metteva sul fuoco dell’acqua per la tisana facendo quel nuovo movimento ossessivo con le labbra, come di un pesce che provi a staccarsi l’amo che gli strappa le mucose.
Quando mi sono alzata per andare in bagno ho spostato lo sguardo veloce dentro la camera e lui era sempre lì, con la luce che gli avevamo regalato per Natale sul comodino alla sua destra. Un minuscolo pupazzo di legno sottovetro ricoperto di neve; glielo avevamo messo tra le mani a culla insieme a quelle piccole di Lucilla, e io avevo scattato una foto ricordo simile a quella di chissà quante altre persone.
Era già fioca, adesso. Le pile si stavano consumando, nonostante le feste fossero appena passate.
Mi sono seduta per fare pipì, per abitudine anche io ormai mi appoggiavo alla maniglia che avevamo fissato al muro perché lui si potesse tenere. Per un attimo, mentre il suono cristallino del flusso scemava nel silenzio scuro delle stanze, mi sono rivista asciugargli i capelli dopo la doccia e pettinarlo con la spazzola rotonda. Mio padre ci teneva alla piega, la riga dalla parte destra. Mi ha voluta correggere per tutta la vita, ma quella volta credo abbia pensato che stessi facendo un buon lavoro.
Sono uscita dal bagno con la nausea per l’odore di candeggina e l’ho sentito, papà, che respirava in un modo diverso.
Ho chiamato mia madre, a me sembra un rantolo, ho detto cercando riscontro nei suoi occhi accesi. Ma come facciamo a esserne sicure, chiamiamo Enzo! ha risposto lei attaccando l’orecchio alla gola di mio padre. Non chiamiamo nessuno. Saremo pure in grado di distinguere un rantolo da sole, no?
Dopo un po’ lo abbiamo girato su un lato.
Abbiamo alzato lo schienale del letto elettrico così da rendere le cose più facili, spostare anche solo di poco un corpo inerme non è semplice, se temi di fare del male.
Ho appoggiato la gamba dietro la schiena di papà, l’ho piegata in modo che facesse da perno e l’ho spinto con le mani per mantenere la posizione. Mia madre, dall’altra parte, gli sosteneva la spalla e aveva il suo viso di fronte. Il rantolo era sempre più forte. Ma esce qualcosa?
Mia madre ha fatto cenno di no con la testa. Mentre sentivo le braccia tremare per la tensione ho pensato che lo stavamo uccidendo. Ho abbassato il collo per sistemarmi meglio e in quel momento mia madre ha cacciato un urlo, li ha aperti!
Un lampo azzurro, fisso sbarrato, piantato dentro i suoi occhi. Un meccanismo di difesa dagli attacchi, l’autotomia delle lucertole.
Mia madre è corsa in cucina a prendere la siringa, io ho messo tutta la forza che avevo per tenere papà girato e non inciampare nel suo sguardo. Non avevo paura, solo non volevo sentirmi una predatrice.
Quando è rientrata nella stanza ha eseguito con velocità e freddezza tutta la procedura. Poi abbiamo aspettato, ferme nella posa di prima, come un tableau vivant. Siamo sicure che non… non siamo sicure di niente, mamma.
Il tempo, tra un respiro e l’altro, si è allungato. Ne arrivava uno e ci sembrava l’ultimo, e via così fino a che l’onda umida del rantolo si è ritratta, lasciando secca l’aria intorno a noi. Mentre mia madre stringeva il suo viso tra le mani, io sono andata in cucina. Le luci di Natale della casa di fronte si accompagnavano ai rintocchi legnosi dell’orologio a muro, a mio padre non era mai piaciuto quel gigante rumoroso.
Ho preso la penna e ho scritto su un pezzo di carta ore 23:23.
È stata la prima volta che ho visto morire un uomo. Anche questo avrei voluto scrivere, ma l’ho tenuto a mente. L’inchiostro si era consumato.
