La busta

Sarah Savioli

«Chissà cosa ci fa la gente sveglia alle quattro del mattino» si chiede la donna. Da una finestra del palazzo di fronte la luce filtra dai buchi di una tapparella, nella strada vicina  rotola il rumore cafone di un’auto che passa sgasando. 

La donna posa sul tavolo la tazza di caffè bevuto d’un sorso quando ormai non le scaldava più le  mani. 

«Chissà che ci faccio io in piedi alle quattro del mattino» si dice, poi va al lavabo dove giace una  pirofila sporca. Se la lavasse farebbe rumore, sveglierebbe tutti e perderebbe quello spazio sospeso  dove galleggia fra quel che non può fare e qualche sospiro lungo che sa di spazio solo suo. Nel silenzio della casa addormentata anche il suo respiro le sembra eccessivo, così come i suoi passi  leggeri nelle ciabatte di panno dal buffo disegno di macchinine. 

Le ha ereditate anni fa dal figlio che ora ha piedi molto più grandi dei suoi. Erano quasi nuove,  sarebbe stato un peccato buttarle. Così da allora le usa lei. E le odia. 

Come odia le felpe e tutto quello che le è passato dai figli e che non si consuma mai a sufficienza  perché è così scema che ne ha cura. Nonostante tutto. Cura di tutto anche a costo di perdere la  dignità con i piedi in quelle stracazzo di ciabatte con le macchinine. 

Cos’erano costate poi? Dieci euro al più alla bancarella del mercato. 

Dai fornelli si alza il fischio e lo schiocco dell’acqua che bolle per il secondo caffè solubile. Le quattro del mattino. Tante cose da fare, nessuna da poter fare per non svegliare nessuno. Eppure. Tornare a dormire no, a letto il marito russa, poi tanto lei resterebbe sveglia comunque. I grani di solubile si sciolgono. Mescola. Mescola. 

Il caffè buono lo fanno al bar di fianco al supermercato. Le piace prenderlo lì quando va a fare la  spesa. Oggi ci deve portare sua madre e bisogna vedere che lei ne abbia voglia, perché dice che il  bar la innervosisce. E poi «No, andiamo subito a far spesa che torniamo in presìa a ca’ che ho da  fare». 

Cosa abbia da fare sua madre a ottantatré anni la donna proprio non lo sa. Eppure sua madre è  sempre impegnata, sempre stanca per tutto quel che le rinfaccia di aver fatto da sola e senza  chiedere, sempre attenta ad azzannarle il tempo della vita per confezioni di sottilette che finiscono  per scadere ma «l’è meglio averle in casa», per detersivi da cambiare che «l’è mica il profumo che  dicevo io», per file dal medico e farmaci prescritti che «Mamma, ma non li stai prendendo», «No ve  che fan più mal che bene quei lavori lì» e via andare così, in un’emorragia di imprevisti continui e  irrevocabili. 

E a quel tavolo silenzioso, con la faccia abbandonata su una mano e il fumo del caffè solubile che  nemmeno sa di caffè, la donna pensa che piuttosto che diventare così, meglio crepare giovani. Poi  prende la busta chiusa che sta sul tavolo da due giorni, fa per lanciarla sul mobile con il resto della  posta inevasa. Pensa sempre lei anche a quella, quando può.

Perché il marito lavora tanto, è stanco, aveva detto tante volte che sarebbe stata un’incombenza sua  e poi si scorda. E lei vuole aiutare perché le dispiace vederlo così. A volte anche si incazza, ma di  più le spiace e allora pace, prende la posta e la sistema. Ma la busta non la lancia, potrebbe cadere,  fare rumore. 

Si alza e la posa delicatamente sulla pila. 

Che poi lavora anche lei, oggi ha il turno del pomeriggio così la mattina porta sua mamma in giro se  ha bisogno di altro oltre alla spesa. E ci sarà bisogno, c’è sempre bisogno. E sì, meglio crepare  presto che dare questo peso ai figli. 

Si dovrebbe restare finché si può essere d’aiuto a loro, poi fuori dai piedi. 

«Come gli elettrodomestici» pensa. 

Restare fin quando si è utili, ma fin quando li si è? 

Il figlio piccolo all’ultimo anno di liceo pare indipendente e capace, quello grande all’università e a  volte sembra ancora un bambino. 

«Ma tu mamma di preciso che lavoro fai?» le ha chiesto il grande sarà neanche un mese prima a  tavola e il piccolo si è messo a osservarla attento, come se non sapesse nemmeno lui, poi si è rivolto  al fratello e ha detto «Lavora alla GRT, scemo». 

Sì, lei ci lavora da più di vent’anni, ma cosa lei faccia di preciso mica lo sanno, non l’hanno mai  chiesto. E lei non ne parla mai. 

Come non parla dell’ingresso molti anni prima come quadro e con pieno entusiasmo, poi del primo  declassamento con la seconda gravidanza. Poi dell’impantanarsi lento e sempre più giù in azienda  per star dietro ai loro compiti, ai loro giorni a casa da scuola poi alla malattia e alla morte di suo  padre, alla 104 per seguire sua madre. Al part time chiesto anni fa, concesso senza chiedere se  interessasse ancora, ma in un reparto e settore che fa schifo. Tutto scivolato su un piano così liscio,  quasi una evoluzione naturale. 

«Non ti devi preoccupare, tanto c’è il mio stipendio e al più farò qualche straordinario e sai che a  breve dovrei avere l’aumento. Stai tranquilla, davvero» le aveva detto il marito quando le avevano  concesso il part time. Come se dovesse sentirsi in colpa per il calo dello stipendio e non umiliata,  arrabbiata, mortificata. 

«Prendila che avrai più tempo per te» le avevano detto il marito, qualche amica o collega. Prenderla com’era, certo. 

Ma come la puoi spiegare tutta questa… tutta questa cosa nera e vischiosa, si chiede la donna. E non la puoi spiegare, no, quando ci sei dentro solo tu e tutti passano di fronte a te che vai a fondo,  sempre più a fondo come se fosse normale così. 

«Faccio l’impiegata» aveva risposto quel giorno e ai figli e come sempre era bastato. La donna va a piegare i panni asciutti e ancora stesi.

Deve organizzarsi un po’, perché questa insonnia da menopausa almeno diventi utile a tirar via  qualcosa di quello che c’è da fare durante il giorno. Sennò sarebbe l’occasione giusta per leggere  che le è sempre piaciuto, ma da qualche anno la testa è vuota, non riesce a concentrarsi, non ci  riesce più. 

Fuori, lontana si sente la sirena di un’ambulanza. Lei attende un attimo ferma, sa in che direzione  stanno i suoceri, dove è casa di sua madre. E no, va altrove, verso l’autostrada e i ragazzi sono nelle  loro camere a dormire, il marito pure. Un salto appena d’amarezza per quel sollievo per il fatto che  quella sirena sia affare di un’altra madre, di un’altra moglie o un’altra figlia che non è lei. Poi di nuovo i panni da piegare. Questo lo stira, questo no. 

«Guarda che spiegassamento, che pari una scappata di casa» le dice sua madre a volte «Se fai  andare i figli così c’è da vergognarsi». 

Non li fa andare in giro i figli così. 

Dunque, per il pranzo, dovrebbero essere a posto. Il marito va in mensa, i figli stanno fuori, la cena  potrebbe scongelare l’arrosto fatto domenica. Per lei ci sono gli avanzi del giorno prima. «Prepari troppo» le dice sua madre, il marito anche, a volte. Preparo che non lo dovete finire voi,  pensa lei. Così c’è un pasto in meno da organizzare quando come spesso accade è sola a pranzo. Da quando si nutre di avanzi, si chiede, da quando racimola minuti di pensiero e impegno dai suoi  pasti che poi tanto le scippa via sua madre con le sottilette e tutto quello che non può mai aspettare,  mai una sola volta. Mai. 

In cucina il caffè si è raffreddato. Si è scordata di berlo. 

E le lettere se ne stanno chiuse, dovrà pur guardarle oggi perché qualcosa non finisca per scadere. La busta che ha posato sopra tutte però la prende e la sposta. 

Oggi quella no. 

L’esito è arrivato molto in fretta, se lo aspettava. Le hanno anche telefonato due volte in questi tre  giorni, ma non ha sentito il cellulare: una volta era con sua madre e stava lavando il pianale della  cucina perché «quella là che viene e che mi hai mandato non c’è mica buona di far bene le cose». La seconda era in macchina e si scorda sempre di mettere il vivavoce. Non si è fermata, si è solo  detta “richiameranno”. 

«Signora, è da molto che non faceva la mammografia?» le aveva chiesto il tecnico con gli occhi sul  monitor mentre lei si rivestiva. 

«Dall’ultima volta in cui mi avete chiamata voi per lo screening» aveva risposto e non aveva  domandato nulla, nemmeno quando lui le aveva detto di tenere il telefono vicino. Ci hanno messo poco, pensa di nuovo e torna alla finestra. 

Si sono accese altre due luci in altre due palazzine, forse dietro quei vetri ci sono altre due povere  stupide come lei.

Fra venti giorni sua madre si opera di cataratta. Quando aveva operato l’altro occhio era stata  insofferente, insopportabile. Sono passati almeno due anni e sarà peggio. 

Suo figlio dopo la maturità vuole andare tre mesi in Spagna. Fa bene che qua mica c’è nulla. «Ma cosa vuoi capirne, mamma» 

Anche lei era stata in Spagna da ragazza. A Barcellona tre mesi, a Madrid per un anno. Si era  laureata in Spagnolo e in inglese, voleva restare là, poi era tornata, voleva provare a insegnare, poi  le cose della vita. Si era laureata con lode. 

«Ma cosa vuoi capirne, mamma» 

Il grande dopodomani ha l’esame, se lo passa è importante. Ci sta su da parecchio. Economia  qualche cosa. «Ma cosa vuoi capirne, mamma». 

La donna fa per bere il caffè ormai freddo, poi va al lavabo, lo versa nella pirofila e guarda la  macchia scura del liquido allargarsi. Alla fine è solo acqua sporca. 

Poi osserva la sua cucina, gli angoli nei quali giace in forma di leggera e polverosa incuria tutta la  sua stanchezza. 

La lettera sul mobile bianco risalta con quel suo grigio opaco di carta riciclata. Hanno fatto davvero presto con il referto. 

E infila la busta chiusa nella sua borsa. 

Se poi vogliono, richiameranno.

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