Vivevano ormai da quindici anni in una casa molto piccola, tanto che sala, studio e cucina erano compresi in pochi metri quadrati. Era una coppia serena: lei una gallerista d’arte, lui un docente di filosofia.
L’estate la passavano il più delle volte dai genitori di lei, in campagna, ma quell’anno avrebbero voluto fare un viaggio – Londra, Parigi, Berlino, o forse Copenaghen. Da un paio di mesi ne parlavano senza riuscire a decidere una meta. Lei tifava per Londra, lui per Copenaghen. Una sera, prima di cena, provarono a riparlarne seduti alla tavola mentre aspettavano che si cuocesse il minestrone nella pentola di coccio. Il lampadario centrale illuminava perpendicolarmente le loro figure e i loro discorsi.
«Nulla ci vieta di andarci il prossimo anno, qualora decidessimo di partire per Londra».
«Be’, contando che per Londra dovremmo anche richiedere i passaporti, io direi di fare il contrario, no?»
«Insomma, tutto ci riporta a Copenaghen. Che cosa avrà poi di così speciale?»
«Il freddo, i giardini di Tivoli, la sirena, tante cose».
Non le andava giù. Aveva la testa appoggiata sui polsi come una sfinge e non sembrava convinta, anzi non sembrava neanche più ascoltarlo, guardava la pentola sulla fiamma e piegava in giù gli angoli delle labbra mostrando un morso a quello inferiore.
«Ma ti dico che è stupenda! E poi Londra è così scontata…»
Lei increspò la fronte e le sopracciglia, come offesa, continuando a fissare la pentola.
«Ah, ora ho capito: a Copenaghen c’è quella troia di Noemi».
«Noemi? Per favore, saranno passati vent’anni…»
«Vent’anni che non la vedi o che non la senti?»
Lui chiuse gli occhi per qualche secondo, poi li riaprì.
«Allora dobbiamo ricordarci anche di Walter, il tuo coinquilino a Londra? Dai, ma che discorsi sono?», urlò sbattendo la mano sul tavolo.
Le posate e i piatti vuoti sussultarono in un boato che riempì la stanza.
L’acqua nella pentola brontolò come a rimproverarlo. Lei gettò gli itinerari di viaggio a terra e si chiuse in camera.
Il minestrone iniziò a strabordare scivolando prima sul piano cottura, poi riversandosi sul pavimento, sugli itinerari di viaggio e, proseguendo nelle fughe delle mattonelle, si insinuò nelle fessure, poi nei cunicoli rimasti per caso nel cemento del massetto, e poco a poco invase la struttura dal basso, che assorbì la schiumetta verde come una spugna. Il ferro iniziò a corrodersi causando uno scricchiolio nei pilastri. Si contorceva e poi cedeva. Pezzi di intonaco iniziarono a staccarsi dalle pareti. Anche le travi di legno del tetto stavano staccandosi dal resto, dopo essersi imbevute di quell’intruglio verde. La casa cadeva su se stessa, ma né lei né lui sembravano farci caso.
2,2K
Racconto precedente
