Prima del funerale

Anna Voltaggio

«Quando muoio», diceva mio nonno, «mi dovete fare il funerale alla Martorana».

Parlava spesso del suo funerale e nei momenti più inaspettati: durante il pranzo della domenica, con le melanzane fritte nel centro della tavola o in macchina mentre andavamo al mare, con quaranta gradi e le cosce nude appiccicate al sedile, la pelle delle braccia a quella del vicino di posto. Lui guidava col finestrino abbassato perché non gli piaceva l’aria condizionata e il rumore forte del vento lo faceva parlare a voce alta, s’impegnava per scandire tutte le parole, perché le capissimo bene. «Quando muoio», urlava, «mi dovete fare il necrologio sul Giornale di Sicilia».
Solitamente erano indicazioni di questo genere, osservanze fondamentali che si aspettava nel giorno della sua morte e anche se usava il plurale credo si rivolgesse più precisamente a mia nonna, seduta di fianco a lui aggrappata alla maniglia appiglio, quella alta posizionata sopra il finestrino, e a pensarci bene era sempre così mia nonna, appigliata a qualcosa per non cadere nella vita.
Quasi mai si spingeva più in là del giorno del funerale. Non è che dicesse: «Dopo che sarò morto vorrei che la casa andasse a questo o a quello», oppure, «dopo che sarò morto spero che vi ricorderete di quando guidavo per quarantacinque minuti senza aria condizionata per andare al mare». Non credo gli interessasse particolarmente l’idea che avevamo di lui e, quindi, che ricordi ne avremmo tenuto.
Lui si preoccupava, soprattutto, dei primissimi giorni da morto, nei quali doveva essere tutto secondo i suoi desiderata. La veglia, l’attesa di tre giorni e l’organizzazione.
«Non mi fate fare figure da pezzente», diceva.

Mio nonno era un uomo con la pelle dura che sembrava corteccia, scura e con le pieghe, e gli occhi che con la vecchiaia erano rimpiccioliti, uno si era completamente velato di azzurro, ma che per qualche ragione restavano brillanti ed espressivi.
Non aveva quasi mai sorrisi dolci, né gesti gentili.
Non chiedeva, piuttosto dava ordini, o impartiva lezioni.
Quando era di buon umore, soprattutto quando vinceva a carte, distribuiva premi a mia nonna e ai suoi figli, che erano tanti. Ma i suoi premi erano cose che nel mio mondo, nel millenovecentonovantatre, erano già un diritto, ma nel suo no.

Una volta ha ripreso l’argomento, quando mio zio Mario aveva annunciato di aspettare un figlio, mentre eravamo tutti seduti nel soggiorno a mangiare la granita al limone. Io avevo tredici anni quel giorno, ed era un momento della vita in cui ogni cosa che succede in famiglia sembra poco interessante quando non completamente noiosa. Si scopre soltanto da adulti che quello è un particolarissimo tipo di noia. Una noia spugnosa, che assorbe.
«Quando muoio mettiti il vestito che avevi al matrimonio», disse dopo l’annuncio, squadrandolo dalla testa ai piedi.
Sua moglie Guendalina era schizzata in piedi così bruscamente che aveva urtato il tavolino e rovesciato il vassoio con le coppette d’argento.
«Ruggero! Porta male parlare di morte davanti a una donna incinta, non gliel’hanno mai detto?».
E poi aveva lasciato la stanza contrariata, con la scusa di andare in cucina ad aiutare mia nonna che era corsa a prendere le pezze per pulire.
Mio nonno non si era scomposto, aveva fatto una risata soffocata e a mezza bocca, che mi risultava un po’ sinistra.
«Dovresti regalarle un paio di scarpe», disse a mio zio, lasciandomi perplessa.
«Perché un paio di scarpe?», ho chiesto dal mio angolo.
«Si regalano le scarpe a chi vuoi che si allontana», m’ insegnò.
Mia madre era seduta su una poltrona tappezzata come il divano, di velluto verde bosco con i motivi floreali in rilievo dello stesso colore, e mi guardò per capire se potessi mai credere a quelle dicerie da popolani. E io, ovviamente, da allora ci ho creduto.
«E manco è nato il bambino!», sbottò poi spezzando il silenzio, rivolgendosi a quel figlio maschio che ormai, ai miei occhi, era un uomo veramente inguaiato.
«Facci il callo, Mario, che queste diventano caporali appena si fanno madri».
Poi gli aveva dato due pacche sulla coscia, come in segno di solidarietà ma anche di sfiducia. Mario aveva tenuto lo sguardo fisso in un punto imprecisato della tenda ricamata all’uncinetto, che scendeva fino a toccare il marmo in graniglia del soggiorno.
Mio nonno poi si era alzato dal divano e si era avvicinato alla credenza e quindi verso di me che stavo seduta su una sedia scomoda, di quelle pieghevoli da giardino, messa lì per trovarmi un posto, dato che quel giorno per via dell’annuncio del figlio eravamo in tanti, e quel salotto di rappresentanza, che tenevano sempre chiuso, prevedeva sei posti a sedere comodi e gli altri da improvvisare con quello che si rimediava.
Mio nonno, dall’alto, mi lanciò un’occhiata strizzandomi l’occhio, quasi sorridendo, come se fossimo complici di qualcosa, facendomi sentire la sua preferita in tutto il mondo, e ancora oggi per me quella sensazione è un danno e un mistero.
Ha aperto le ante in vetro della credenza e ha preso una delle numerose cornici in argento esposte come nei negozi, ha preso la più grande, con la foto seppiata dei miei nonni in abito da cerimonia, fermi impalati, senza espressione, il giorno in cui diventarono marito e moglie.
«E qua», disse alzandola in aria per farla vedere bene a tutti, «ci mettete la fotografia che dovete portare in chiesa».
Che pretesa, pensavo, organizzarsi il funerale da vivo.
Ma mio nonno aveva un modello di morte medievale, ne parlava con una serenità tale che alludeva a una morte possibile in qualsiasi momento, come se fosse un cavaliere o un santo.
Si dice che la morte arriva in un giorno che proprio non ti aspetti e forse, pensavo, era per quello che mio nonno ci pensava sempre, per non essere fregato.

Poi, è successo nel sonno. Aveva i capelli pettinati e l’odore dell’acqua di colonia che metteva la sera prima di andare a dormire. Era ancora notte quando mia nonna se n’è accorta, perché avevano l’abitudine di andare a letto ognuno per conto proprio, alle dieci di sera lui si chiudeva la porta della stanza da letto alle spalle senza dire niente mentre lei, finalmente, si godeva la televisione da sola sul divano del soggiorno. Quando si era messa a letto, un paio di ore dopo, non lo aveva sentito russare, e capì che era morto.
La telefonata è arrivata che era domenica. Io e mia madre stavamo guardando un film di James Bond su rete quattro, il cordless era sul parquet, accanto al divano.
Ha risposto lei, stranamente. In quegli anni, quando squillava il telefono, di solito rispondevo io, tanto più che erano passate le dieci. Nel sottomondo nel quale abitano le adolescenti è normale che il telefono squilli a quell’ora tarda, mica in quello degli adulti. Se non per le brutte notizie, ho imparato quella volta.
«Tuo padre, invece di andare a dormire, è morto», ha detto così.
E la sua voce, che ricordo con precisione, era uscita fuori dai fili elettrici dandomi l’impressione che mia nonna fosse seduta accanto a noi davanti al film di James Bond, avevo potuto sentirla benissimo e indovinare la patina opaca che aveva sugli occhi.
Poi è rimasta zitta, come se si fosse pietrificata al telefono. Non si sentiva più neanche respirare.
Quella notte mia madre si è messa il maglione sopra la maglietta del pigiama e le mie scarpe da ginnastica.
«Non c’è tempo di vestirci normali», disse.
In macchina mi guardava di nascosto, io tenevo la fronte appoggiata al finestrino, pioveva e guardavo le gocce spiaccicarsi sul vetro e aprirsi in labirinti senza vie d’uscita.
«Era vecchio il nonno».
«Sì, era vecchio», ho confermato come se ce ne fosse bisogno.
Io, fino ad allora, non avevo mai avuto a che fare con la morte, pensavo vagamente che fosse qualcosa di ovvio e irreparabile, ma anche di irreale.
«Non andava mai dal medico, che ne sappiamo se stava bene», ha continuato, «ma così, all’improvviso, sarà stato il cuore a non farcela più».

La porta di casa era socchiusa, siamo entrate e io l’ho richiusa piano, come se non dovessi fare rumore. Mia madre ha attraversato l’ingresso e appena è arrivata al corridoio si è fermata un momento voltandosi verso destra, in direzione della camera da letto buia, poi si è girata dall’altra parte come se avesse cambiato idea ed è entrata in cucina. Io le sono andata dietro.
Mia nonna era seduta davanti al tavolo e teneva le mani intrecciate una all’altra sulla cerata decorata di limoni, ci ha chiesto se volevamo il caffè.
«No mamma, dobbiamo chiamare le pompe funebri».
«Adesso?»
«Sì, adesso».
Venti minuti dopo è piombato in casa un uomo con i capelli tinti e appiccicosi, come se avesse impastato il nero di seppia sulla testa, indossava un K-way che lasciava vedere in trasparenza una giacca grigia, troppo lunga, sui pantaloni marroni.
Mia madre lo ha fatto sedere in cucina, l’unica stanza della casa con la luce accesa, bianca come quella degli obitori.
«Ti ricordi che il nonno ti faceva il gioco dell’aeroplano per farti mangiare?», mi ha chiesto guardandomi come se si fosse accesa all’improvviso. E io le ho fatto sì con la testa sorridendole.
«Mi ricordo».
«Ti voleva bene».
«Anche a te», ho risposto senza pensare. E lei si è rabbuiata.

Mia madre intanto parlava con il tizio delle pompe funebri che illustrava pacchetti confezionati di possibilità, e lei, con un piglio aggressivo da mercante, trattava sui dettagli: gli intarsi, il tipo di legno, il genere di imbottitura, la macchina per il trasporto. Finirono per accordarsi sulla bara in mogano liscia, con imbottitura standard, trasporto in chiesa e al cimitero. Poi sono passati alle cifre.
Il tizio delle pompe funebri, per quel pacchetto che considerava ai limiti dell’affronto, chiese cinque milioni.
Mia madre scosse la testa con gli occhi chiusi e mise la mano destra avanti come a dire che potevano chiudere lì la conversazione.
«Se queste sono le sue cifre, io la ringrazio ma dovrò rivolgermi a qualcun altro».
«Ma, signora mia, sono le cifre di tutti. Mi sono tenuto stretto, perché capisco che la tragedia è avvenuta all’improvviso e magari non c’è stato modo di trovare l’organizzazione esemplare».
Usava un numero spropositato di parole per esprimere concetti molto semplici.
Mi ero alzata per fare il caffè, dato che in realtà lo volevo e la notte non era più una notte in cui si va a dormire. Ascoltavo la conversazione dando le spalle al tavolo dov’erano seduti.
«Lei è certamente una persona onesta ma, a prescindere dalle considerazioni, si tratta di una cifra troppo alta. Se non c’è modo di abbassare il prezzo farò comunque un giro di telefonate».
«Ma io non la voglio mettere in condizioni di chiamare a questo e a quell’altro in un momento di dolore e dispiacere, che la morte di un padre è sempre la morte di un padre, e io ne so qualcosa. Facciamo che le vengo incontro ancora di più, per quel che posso fare, perché deve sempre considerare le spese e le difficoltà anche di noi che lavoriamo nel settore».
L’uomo parlava ma sentivo nell’inclinazione della voce un che di sbalordito dalla lucidità di mia madre, che in effetti aveva la posa, il tono e la fermezza di un direttore di banca per essere la figlia del defunto padre.
Mia nonna mi accarezzò il braccio, non aveva più aperto bocca.
«Lo vuoi un po’ di caffè nonna?».
«Un pochettino».
Nessuno piangeva e nessuno aveva messo piede nella camera da letto.
L’uomo e mia madre si accordarono per tre milioni e mezzo che mi sembrarono comunque una cifra incredibilmente alta e poi, come in un sussulto improvviso, pensai che mio nonno era morto, e che sulla faccenda del funerale aveva dato indicazioni per tutta la vita.
«Va portato all’obitorio», disse mia madre.
E a quel punto, come se fosse davvero troppo, intervenni.
«Ma non dobbiamo fare la veglia per tre giorni? E la bara? La bara dovrebbe avere gli intarsi e la macchina dev’essere riempita di fiori bianchi e rossi. La chiesa del funerale dev’essere La Martorana. E dobbiamo subito fare il necrologio».
«Ci penso io, Margherita», disse mia madre. Poi mi abbracciò in modo sbrigativo e freddo
e mi diede un bacio sulla testa tenendola tra le mani.
Sentii una rabbia profonda, scostai bruscamente la testa dalle mani di mia madre e la guardai tagliente. Centinaia di micro pensieri si spingevano nella testa e centinaia di parole, che non sapevo quale scegliere per esprimerle disprezzo.
Avrei voluto che mia nonna le urlasse contro, a quella figlia senza vergogna, senza amore, che contrattava sul prezzo del funerale, che dimenticava suo padre nel momento stesso in cui era rimasto muto. Che vigliacca, pensavo.
E poi mi girai, guardai in direzione di mia nonna come per volerle dire che io non sarei mai diventata come lei e che potevamo scioglierci insieme in un lago di dolore, come il nonno avrebbe voluto.
Mia nonna però sorrideva e sorseggiava il caffè, poi si alzò per sciacquare la tazzina nel lavello, e, di spalle, la sentii ridere forte, per la prima volta dopo tanti anni.

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