Non era una persona risolta, vacillava fra un’indecisione e un’altra. Creava un alibi per ogni occasione, per ogni evenienza riusciva creare una forza centripeta capace di allontanare qualsiasi intento propositivo dalla meta fissata.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni
Lo ripeteva come un mantra, in effetti era questo il senso dell’ultima e più estesa poesia di Leopardi: resisti, le brutture del mondo ci sono, ma tu resisti, e poi profuma e poi promana parole ben architettate pregne di buoni sentimenti, e poi riempi di significato le tue azioni e poi… e poi… e poi sti cazzi! Chi diamine li avrà mai guardate le ginestre? Chi mai è entrato spedito in un negozio di fiori per chiedere a gran voce: “Un bel mazzo di ginestre da regalare alla mia fidanzata, per favore!” oppure “Un fascio di ginestre, la mia nipotina si è appena laureata!”? Nessun fioraio con un minimo di buon senso permetterebbe una simile stranezza, consiglierebbe bensì delle rose. Perché le rose vanno bene sempre, sono eleganti, profumano e soprattutto pungono: ma lo fanno in maniera
maliziosa e intrigante, e sottilmente provocano un attimo di panico e poi subito un sorrisetto imbarazzato come quello di chi si è fatto scoprire all’improvviso. Ma ci vuole coraggio a scegliere un fiore così impegnativo, ci vuole un carattere risoluto per profumare e pungere nel medesimo attimo.
Era, infatti, una persona irrisolta e contorta, amava stare al mondo ma si sentiva perennemente fuori posto. Ci pensava spesso a quel libro da scrivere, ma poi le carte in tavola di quella trama, inizialmente così lineare , avevano reso impossibile continuare nella narrazione e, contestualmente, abbandonarlo totalmente. Era un refugium peccatorum, un libro dal perenne stato embrionale, in cui addentrarsi alla fine di una lunga giornata, alla fine delle sue lezioni ormai sempre più improbabili e sempre più noiose. Avrebbe mai abbandonato il suo quadernone rosa con Snoopy e Woodstoock, il testimone e fedele amico delle sue narrazioni? Era pronto a recidere qualsiasi rapporto con quella dimensione parallela, incongruente e niente affatto coesa? Si sarebbe accontentato di quella normalità che invadeva la sua vita e quella di Agata?
Agata era invece diversa, decisa e ferma nelle sue convinzioni: era incredibile la sua capacità di esternare le proprie emozioni, sia quelle positive che quelle negative. Parlava di tutto con tutti, riusciva a creare legami senza difficoltà, anzi, era infastidita dalla timidezza. “Non esiste difficoltà che non possa essere superata” ripeteva spesso. Corrado pensava che Agata quelle difficoltà le cercasse appositamente per poi appagare la sua insana voglia di sentirsi pienamente soddisfatta e poterlo esternare a voce alta: “Io sono Agata Millas e questo basta!”
Era infastidito da lei per questa sua sicurezza capace di ruggire e di imporsi in qualsiasi ambito; la amava per l’incredibile tenerezza che irradiava mentre faceva finta di interessarsi alla teoria dei neutrini: annuiva, lo fissava con il suo sguardo fatto d’ebano ma era evidente che pensasse al lavoro, ai clienti e a quella magnifica borsa vista in quella boutique del centro. Era un piccolo patto segreto pieno d’affetto reciproco : lui annoiava e lei si annoiava ma poi trovavano una quadra parlando di massimi sistemi, di politica e di gossip. Scoppiettante nella discussione e incline all’ascolto, ma doveva avere ragione lei sempre perché “Io sono Agata Millas e questo basta”. Corrado, invece, sapeva per certo che la sua personalità, così opaca e poco definita, non potesse bastare e dopo qualche schermaglia dialettica abbandonava il campo di discussione. Tuttavia c’era qualcosa che non riusciva ad accettare minimamente di quella donna meravigliosa. Non amava di lei il suo condividere sui social, non capiva il motivo per cui dovesse esternare qualsiasi cosa le accadesse lungo l’arco della giornata.
Una volta una sua studentessa molto timida si avvicinò alla cattedra di Corrado dicendogli a bassa
voce: “Prof. , dica alla sua fidanzata di andare in farmacia e prendere un Monuril”.“E perché mai?” rispose lui visibilmente stranito. “Ha la cistite, lo ha appena scritto su Twitter” disse la ragazza con aria terrorizzata. Preso da un forte scrupolo mandò un messaggio riportando il consiglio della studentessa e intimandola a contenersi nel divulgare questioni così private, ma lei prontissima rispose “ Ma si tratta della cistite di Agata Millas!”
Corrado era diverso. A lui non importava condividere; non voleva che qualcuno con lo sguardo languido e la voce tremante gli chiedesse “Sei riuscito a superare davvero tutto questo?”. Sì, era riuscito. Da solo e silenziosamente era riuscito a risalire dal gorgo e, piano piano, a mettere insieme dei piccoli pezzetti che componessero una vita apparentemente normale. Ogni cosa si supera, ha ragione Agata , ma non per questo Corrado ha deciso di istoriarsi una chiappa con un tatuaggio che riportasse incomprensibili caratteri nipponici a memoria di quel dolore.
Ogni volta che va a buttare l’immondizia avverte un forte dolore alla tempia, rivive il trauma di quando, quasi diciassettenne, durante una sera di giugno due sconosciuti lo hanno picchiato selvaggiamente e lasciato nudo e semi incosciente presso i cassonetti dell’immondizia, e i capelli intrisi di pipì. Ricorda che faceva caldo, era appena rientrato da una pizza per festeggiare la fine della scuola, ricorda che guardava Marta con sguardo adorante, ma lei non ricambiava affatto, ricorda la birra a litri, le canne e Marlene Kunz a palla. E poi il vuoto. Dell’aggressione ricorda il dolore del giorno dopo, la vergogna di vedere sua madre che piange e il senso di colpa infinito per essersi imbattuto in quella merda. Ricorda un’estate infinita e solitaria, il difficile rientro a scuola, lo sguardo basso e schivo. Ma dell’aggressione nulla, il vuoto cosmico. Forse è proprio per questo motivo che ha sviluppato una memoria elefantina, il conseguimento della laurea in fisica è stato ostacolato dalla sola indolenza e dalla infinita indecisione ma soprattutto di non essere all’altezza di misurare le proprie competenze.
A quasi quarant’anni, è riuscito a superare l’inadeguatezza e l’indolenza, lavora in pianta stabile in una scuola di provincia, insegna matematica e fisica e, probabilmente per quell’aria trasognante mista a una inaspettate vivacità, è apprezzato da quello strano mondo che è la comunità scolastica.
È riuscito a trovare un cantuccio ovattato nel mondo, è riuscito a superare la voglia di non avere voglia a fare nulla o alla voglia di fare qualcosa di inutile.
Ma quel dolore alla tempia è come un maglio che picchia improvvisamente, scalfisce pensieri e polverizza piccole vittorie. Spesso, per superare questo malessere le sue azioni si traducono in eccessiva empatia nei confronti di qualche studente fragile o di attenzione verso gli amici ammaccati dalla noia del quotidiano. Altre volte nell’eccessiva ricerca di attenzioni nei confronti di Agata, la quale molto pragmaticamente gli elenca una lunga lista di impegni, fatta di viaggi, di trasferte e di cene aziendali e di faticosissimi allenamenti di Zumba; altre volte Corrado trova sfogo nel primo biglietto aereo in offerta capitatogli sotto il naso, per andare e consumare un posto per poi pensarci e ripensarci come eventuale ambientazione del suo romanzo. Una volta fece perdere le proprie tracce recandosi a Duino, per respirare la stessa aria e solcare lo stesso terreno su cui aveva poggiato i piedi Rilke quando scrisse le elegie che reca il toponimo di quel luogo, voleva che la poesia gli attraversasse il corpo come un virus; ma non fu così che andò: non scrisse nulla di notevole ma si rimpinzò di torta Sacher senza limite alcuno.
Quando il dolore alla tempia si faceva insopportabile si recava sulla spiaggia, prescindendo dalle condizioni meteo. Un giorno mentre passeggiava si fermò a osservare il moto delle onde, pensò al movimento della risacca, continuo e non costante. Corrado, improvvisamente, iniziò a riflettere su quel pullulare di spazio e materia, all’immenso gioco di incastro di particelle elementari, al sapere che un acido nucleico contenga le informazioni relative il bagaglio genetico umano; pensò che bagliore provocato dai raggi del sole sulla liquida superficie marina e quel movimento potesse essere ora meraviglioso ma ora insopportabile; rifletté alla scienza che aveva studiato per anni, a tutto quello che era riuscito a imparare e a tutto quel mistero imperscrutabile. Si trovava lì, Corrado, in quel solitario pomeriggio, sul bordo di quello che sapeva, a contatto con l’oceano di quanto non riusciva a comprendere, e si interrogava perché bisognasse continuare a vivere. All’apice della disperazione se lo chiedeva costantemente – Cur? Cur? Cur? – era il latino che ancora ricordava dal lontanissimo ginnasio. Le tempie pulsavano e il suo fardello di vita gli appariva inutile.
Si sentiva molto vicino all’Ulisse in profonda crisi esistenziale di Pascoli, quando Calipso avvilita gli gridò “Non esser mai! Non esser mai! Più nulla, ma meno morte, che non esser più”.
Se anche Ulisse, eroe dal coraggio sterminato e dall’intelligenza divina, voleva tornare alla infinita categoria del non essere, cosa avrebbe potuto trattenere un non più giovane insegnante di provincia, aspirante scrittore e assiduo sognatore? Era così comodo quel cantuccio ovattato o stava iniziando a perdere conformità? Erano questi i pensieri che attanagliavano la mente di Corrado in quel freddo pomeriggio di primavera.
Cur? Cur? Cur?
Le tempie pulsavano e il respiro mancava quando improvvisamente il cellulare vibrò; era Agata che gli scriveva un messaggio su WhatsApp:
“Amore, ho finito adesso sto tornando a casa, ci pensi tu alla cena? P.S. Credo che la nostra casa non sia il Mulino Bianco ma un Buco Bianco: una regione spazio-temporale da cui esce materia soave e luce! Prof., come vedi sono attenta alle tue spiegazioni”.
Lì, sul bordo di quello che sapeva, a contatto con l’oceano di quanto non sapeva, brillava il mistero del mondo, la bellezza del mondo, Corrado esausto e senza fiato rispose al suo Cur?
