Lucciole
Ci scherzavamo su, ricordi?
Secondo Wilslawa sono forse due su mille le persone a cui piace la poesia, eravamo speciali. Avevo letto Sylvia Plath, e poi la Gualtieri e tu mi facesti conoscere la Szymborska. Mi sembrava di capire quei versi contenuti nei libri che scovavo in biblioteca. Mi dicevano qualcosa di più dei poeti, tutti maschi, che studiavamo a scuola. Questo mi bastava per dire: «Sì, mi piace la poesia». Tu facevi di più, abbandonavi la mappa ed entravi nel territorio, scrivevi i tuoi versi. Alcuni mi sembravano terribili ma altri invece mi toccavano.
«Come hai fatto?» ti chiedevo. «Fallo anche tu» mi rispondevi. Non riuscivo, qualcosa mi fermava. Eppure non mi importava perché schizzavamo con le bici sul viale a mare, ci godevamo l’estate prima della quinta superiore, ci raccontavamo quello che ci capitava e trovavamo, io in te, tu in me, un modo diverso di guardare alle cose.
Un anno dopo cambiò tutto.
Avevamo appena dato la maturità, mi scrivesti un sms: Le ho bruciate tutte, facevano schifo. Ci incontrammo un’ora dopo al bar di fronte al classico. Eri vestita di nero, scuotevi la testa, dicevi: «Tutti gli adolescenti scrivono poesie senza saperne niente, scrivono banalità e si credono sto cazzo, e io uguale. Almeno tu hai il buon senso di non farlo.»
Replicai che il mio non era buon senso ma non mi ascoltasti. Formulasti nuove teorie: esplorare la pineta di ponente è una cosa stupida, leggere di notte sul molo non ha più senso, in fondo i ragazzi vogliono solo scopare.
Provavo a aderire alla tua visione ma soffrivo. Mi iscrissi a Lettere, tu alla fine scegliesti Medicina. Eravamo spaesate: io non trovavo più la versione di te che mi infondeva coraggio, tu ti lasciavi e ti riprendevi con Marco. Ci vedevamo ogni tanto per andare al cinema, sembravamo invecchiate di dieci anni. Una notte scrissi la mia prima poesia, la intitolai Non è vero. Era un elenco di frasi. Ricordo quel verso: Non è vero che le lucciole vivono solo quattordici giorni / né che l’amore non esiste. Era la risposta che avrei voluto dare alle tue disillusioni. Pochi mesi dopo andasti a vivere a Milano.
Mi appassionai al corso di Lettere. Dopo un primo anno difficile conobbi tante persone: Elena, che era di Catania, viveva in una stanzetta di tre metri per tre e aveva sempre fame; Livia che prendeva gli appunti migliori di tutta la facoltà e aveva capelli cortissimi e una bici rosa; Lapo di cui mi innamorai follemente e come me molte altre, motivo per cui ci lasciammo dopo un mese di alti e bassi.
Le lezioni di Santini, storia dell’arte, erano rilassanti; letteratura contemporanea con Gatti era un inferno di date, analisi e critiche; quelle della Manfri, letteratura inglese, uno scorrere di aneddoti divertenti e storie sintetizzate con cura. La vita universitaria mi piaceva, mi dava sicurezza avere degli orari e mi faceva allegria incontrare tanta gente. Pisa era un porto di mare e quando tornavo a casa col treno mi sembrava di aver vissuto un’avventura. Nessuno però, fra gli esseri umani che avevo incontrato, sembrava attratto dalla poesia. Finché non conobbi Isabella.
Viveva a Calci, vicino Pisa. Era intraprendente, riccioli neri e pantaloni di velluto, faceva teatro. Un giorno a lezione mi passò un biglietto. C’era scritto: Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano. Era un frammento di una poesia della Dickinson. Le risposi citandola a mia volta: Una parola muore quando è detta / dice qualcuno / io dico che proprio / quel giorno / comincia a vivere.
Diventammo sempre più amiche. Andavamo al cinema, avevamo gusti diversi. A lei piacque The dreamers, io lo trovai un film furbo, senza arte, cosa che invece aveva Swimming Pool, di Ozon, meno spettacolare ma più autentico. Secondo Isabella Ozon era noiosissimo.
La andai a vedere a teatro. Con la sua compagnia, erano in quattro, avevano creato uno spettacolo sul tema dei rifiuti. L’idea era buona: raccontavano dell’isola dell’oceano composta di sola plastica, dell’ossessione occidentale per la pulizia, dello scandolo delle discariche abusive al sud, dei manager che si arricchivano vendendo spazzatura. Lo replicarono in tutti i centri sociali delle province di Pisa, Livorno e Lucca ma non riuscirono mai a portarlo in un teatro vero e proprio. Non sapevano muoversi in un mondo, quello del teatro, che intuivo non si basasse solo sulla qualità ma anche sulla capacità di
proporsi e sapersi vendere. Con Isabella i rapporti di forza, rispetto alla mia amicizia con te, si erano invertiti. Isabella leggeva quello che le suggerivo e nelle discussioni spesso ero io quella che prevaleva. C’era però una differenza: un giorno Isabella mi baciò, cosa che io non feci mai con te, non perché avessi paura ma perché non provai mai quel tipo di attrazione fisica. Quel bacio lo ricambiai ma da subito sentii che per me era un gioco che finiva lì. Fu per quello che Isabella cominciò ad allontanarsi. Mi scrisse un’email: Se stiamo troppo insieme non riesco a non aver voglia di abbracciarti, di toccarti. So però che non è questo che cerchi in me. Mi si spezza il cuore ma devo proteggermi.
Ogni tanto mi chiedevo se tu avessi ripreso a scrivere.
A ottobre del duemilasei scrissi Crederci. C’era un verso che diceva: E allora farò finta di crederci / anche se quelle foglie cadono / anche se tu non lo fai più.
Mi laureai col vecchio ordinamento con centodieci e lode. La mia tesi si intitolava: La poesia femminile in Italia dagli anni settanta a oggi. Al centro dei miei studi c’erano le poesie di Patrizia Valduga (Tutti i miei falsi amori), Patrizia Cavalli (Non sono nata per essere ragionevole) e Dacia Maraini (Ho sognato di volare).
Isabella si fidanzò con Marta, una ragazza magrolina con dei lunghissimi capelli biondi, e lasciò la compagnia di teatro. Ci perdemmo di vista.
I mesi dopo la laurea furono i più difficili. Mi sentivo persa, a mio modo chiedevo aiuto ma ero come in un deserto: gli altri non mi sentivano o forse io non mi avvicinavo abbastanza.
Affittai un monolocale coi pochi risparmi che avevo da parte: mia madre non capì quella scelta e la prese come un attacco. Passavo da un libro a un altro senza appassionarmi, mangiavo male, dormivo peggio. L’iter per l’abilitazione a insegnare fu scivoloso, poco chiaro: seguivo a ruota un paio di compagne, senza farmi domande. Ero spesso sola e non sapevo che farmene del tempo libero che avevo. Quando uscivo incontravo Bianca, una ragazza gentile che avevo conosciuto all’università e avevo scoperto essere una lettrice accanita (“ma la poesia non la capisco” aggiungeva). A giugno duemilasette il barista del Caffè del Teatro, a Pietrasanta, sentendo che cercavo lavoro, mi propose un impiego. Accettai e fu una scelta azzeccata. Il lavoro, per quanto mi sentissi imbranata, mi dava un confine, mi permetteva di dare un senso ai giorni.
Mettere a posto, almeno per un po’, questa casella della mia vita mi fece tornare voglia di scrivere. Ispirandomi a Neruda scrissi una poesia che si intitolava Rinascere e cominciava così: Ti sembro quella di ieri, / eppure nei miei giorni s’affaccia la luce, / la bambina timida dagli occhi neri.
Cominciai a far leggere qualcosa in rete.
Non capivo se i consensi che incontravo dipendessero da una reale qualità o dai commenti che lasciavo ad altri utenti o dalla mia foto profilo, tuttavia mi davano coraggio.
Terminai le SSIS nell’estate del duemilaotto, e proprio in quell’estate incontrai Dario. Frequentava lo stesso corso di scrittura a cui mi ero iscritta, era di Lucca e conosceva molte delle poetesse che amavo. Scoprii che si era laureato in Psicologia da tre anni e stava concludendo la formazione per diventare psicoterapeuta. Amava leggere, era uscito da una relazione tormentata e mi faceva mille domande: era bello, il più delle volte. Gli parlai del mio sentirmi indietro rispetto al mondo, disse: «Se i treni vanno troppo forti andremo a piedi». Risi, sembrava la citazione di una poesia. Ci mettemmo insieme come se fosse la cosa più naturale del mondo, e scrissi un verso che diceva: Non dimenticarti dei piedi / che sempre ti portano / e ancora lo faranno.
Ti scrissi un’email per raccontarti quello che mi succedeva: avevo ripreso a scrivere, avevo incontrato un uomo, stavo accettando la possibilità di diventare un’insegnante. Mi rispondesti di fretta, raccontandomi di un esame che ti faceva sudare e dei tirocini all’ospedale che non ti davano le soddisfazioni che speravi. Non commentasti le mie parole sulla scrittura, e dicesti che anche tu ti eri fidanzata con un aspirante cardiologo molto bello e molto arrogante. Mi sembravi distante dalla persona che aveva cambiato la mia adolescenza, eri una freccia che tagliava l’aria.
Ridussi i miei turni di lavoro al bar, spesso andavo solo nei weekend. Un pomeriggio d’autunno, mentre aspettavo una chiamata dalle scuole per una supplenza, mi resi conto che avevo accumulato una
quarantina di testi nella cartella “Poesie”. Lo dissi a Dario e lui non ci pensò neanche un istante: «Cerca un editore». Inviai la mia raccolta a sette case editrici che avevo selezionato dopo una ricerca di due giorni. Scoprii che la poesia attrae quanto i centesimi di rame che abbiamo nel portafoglio.
Tre di queste case editrici non risposero mai, una scrisse che purtroppo non avrebbero pubblicato poesia nei prossimi anni, due dissero che non erano interessate. La responsabile della casa editrice Stanze scrisse che le poesie erano di una qualità indubbiamente alta tuttavia avrei dovuto contribuire alle spese di pubblicazione con settecento euro. Mi sembrò una presa in giro.
Abbandonai il progetto. A dicembre fui chiamata per la mia prima supplenza di italiano e storia a un Liceo Socio Psico-Pedagogico. Sarei dovuta stare fino alla fine dell’anno e avrei dovuto raccontare a un gruppo di ventuno studenti storie sensate su Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio. Abbandonai il lavoro di cameriera e mi concentrai sulla nuova avventura. Era una classe di sole ragazze. Riuscivo abbastanza bene a farmi ascoltare, avevo una buona capacità di tradurre concetti difficili in qualcosa di comprensibile: la poca differenza di età mi aiutava. Avevo venticinque anni e loro ne avevano sedici: ero una sorella maggiore. Inserivo qualche contenuto extra: vedemmo un film su Sylvia Plath, proposi esercizi di scrittura creativa che avevo sperimentato, leggemmo i giornali (l’eutanasia di Eluana Englaro, la crisi dei migranti nel Mediterraneo, il terremoto a l’Aquila). Quando a giugno ci salutammo Sara Baldini – una che si vestiva sempre di nero e sembrava distante anni luce – mi disse: «Possiamo fare qualcosa perché lei rimanga?». Quei mesi con loro mi fecero bene, mi diedero la sensazione di avere un ruolo in questo mondo.
Seguì un’estate serena. La relazione con Dario mi dava radici, ossigeno. Lui aveva iniziato a esercitare la professione in un piccolo studio: aveva pochi clienti ma si stava facendo conoscere. Mollai il monolocale dove vivevo e prendemmo una casetta nell’entroterra di Camaiore. Tolte le spese dell’affitto non ci rimaneva un soldo ma non ci importava. Ogni tanto andavamo alla Lecciona, una spiaggia libera immersa dentro il parco di Migliarino e San Rossore: parlavamo di romanzi che avevamo letto, facevamo il bagno e ogni tanto ci incontravamo con Walter, giovane professore di psicologia che era stato mio collega a scuola, e Andrea, il suo compagno.
I due anni successivi si somigliarono. Non ebbi più supplenze così continuative ma da qualche parte una chiamata arrivava sempre. Insegnai alle Medie, a un Istituto Tecnico e persino a un Classico. Mi piaceva analizzare le differenze fra i vari tipi di studenti. Comincia a classificarli: c’erano gli ansiosi perfezionisti, che erano prestazionali ma contratti, faticavano a esprimersi davvero; i chiacchieroni che s’appassionavano di tutto ma si distraevano facilmente; i fighi, che come obiettivo principale avevano quello di risultare attraenti ai propri coetanei e infine i ribelli, che erano chiusi, non di rado arrabbiati, mai compiacenti. Rebecca T. apparteneva a quest’ultima categoria: quando la incontrai il primo giorno non mi guardò mai in faccia. Cambiò atteggiamento quando lessi in classe La vita salvata, una poesia di Patrizia Cavalli: Mi sono salvata la vita. / Spesso. / E non mi è piaciuto. / Essere obbligata a farlo.
Un giorno, finita la lezione, mi chiese: «Ce ne sono altre di poesie così?». Le prestai un romanzo di Nicole Muller, Perché questo è il brutto dell’amore. «La poesia è un punto di arrivo» le dissi, «giunge quando meno te l’aspetti».
Il diciotto marzo del duemilaundici mi scrisse Michela, la consulente editoriale di una piccola casa editrice emiliana, “La nona luna”. Erano passati quasi tre anni da quando avevo inviato le mie poesie ma lei era entrata a far parte dello staff da una settimana. Aveva letto i miei testi e le erano sembrati molto validi: erano interessati alla pubblicazione e non mi chiedevano soldi in cambio. Fu come se mi avessero tolto un tappo, tremavo. Sapevo che quella possibilità era una cosa piccola, non voleva dire soldi o successo, ma c’era qualcuno nel mondo che di mestiere leggeva testi e che trovava interessanti le mie parole. Mi sentii vista. Conobbi Michela un paio di settimane dopo, a Reggio Emilia. Il suo modo di parlare mi metteva allegria: mi comunicò che puntavano molto sulle presentazioni e lì, nelle province limitrofe, avevano una rete di librerie alleate. Quell’estate avrebbero organizzato quattro date e mi avrebbero messo in contatto con altri poeti e poetesse che avevano pubblicato con loro: alcune presentazioni sarebbero state in coppia. «Dalle tue parti poi potrai organizzare tutto quello che vuoi»
disse, «magari ti chiederemo un aiuto per la distribuzione». Concordammo che il libro si sarebbe intitolato Lucciole. Firmai il contratto. Io e Dario brindammo con un bicchiere di vino rosso preso a un chioschetto in Piazza del Popolo.
A fine aprile il libro era pronto. Fu stampato in duecento copie: se fossero tante o poche non lo sapevo. Feci la prima presentazione a Reggio Emilia, in un circolo culturale. C’erano gli altri membri della casa editrice, oltre a Michela altri tre, tutti sotto i quaranta e un’altra dozzina di persone. Ricordo un professore in pensione che mi chiese come fosse nata la poesia Non sapere. Risposi che era andata davvero così: ero a una fontana per prendere l’acqua e a pochi metri da me, su una panchina, un senza tetto leggeva il giornale. Mi ero chiesta: perché alcune persone vengono emarginate? Perché quell’uomo mi da al contempo un senso di tristezza e di libertà? Quanto siamo legati al denaro?
Mi piaceva parlare di poesia e scoprii che le persone a cui piace sono spesso gentili. Riuscii a organizzare una presentazione a Lettera22, una libreria indipendente di Viareggio, ed ebbi un pubblico attento di quindici persone, composto da ex colleghe, amici e un paio di sconosciute.
Oggi ho ventotto anni, è il primo mercoledì di ottobre e mi trovo a presentare Lucciole nella Sala Borsa di Bologna. Mi sembra un luogo troppo grande per me: sabato scorso c’è stato un incontro con Fulvio Ervas, ha presentato il suo ultimo romanzo. In sala ci sono una ventina di persone, poche per quella sala. Non è facile tenere l’attenzione: c’è la biblioteca accanto e persone di passaggio e un bar. La mia relatrice però è una giornalista sveglia e mi tiene sul pezzo, pressandomi con sfilze di domande. Rispondo e intanto mi chiedo: un libro di poesie si può raccontare?
Qualcuno si incuriosisce, si ferma: Dario sorride, fa il pollice in su.
Ti vedo arrivare: indossi un cappotto scuro e hai capelli curatissimi, stai in disparte, non vuoi farti notare. Leggo l’ultima poesia, Camminare ballare, che si conclude così: Far finta di camminare / senza che nessuno s’accorga / ballare.
Vendo dieci copie del libro appena finiamo, mi chiedono una firma, la faccio.
Aspetti un po’, poi ti avvicini. Ci guardiamo: siamo due soldati greci sopravvissuti a una battaglia. Ci sono troppe cose da dire e ancora troppe persone intorno. Ti abbraccio e tu ridi: «Volevo farti una sorpresa ma mi hai vista subito». «Come stai?» ti domando, ma non rispondi. Afferri il libro e mi chiedi una dedica. Dico che non posso fartela, tu mi chiedi il motivo. «Aprilo», replico, «Così capisci».
Lo apri e trovi la risposta. Ad Anna, che è stata l’inizio.
