Insegnami a morire

Mirko Augello

I gatti lo sapranno, viso di primavera; e la pioggia leggera e l’alba color giacinto, che spezzano il cuore di chi più ti desidera, sono il triste sorriso che sorridi da sola. Ci saranno altri giorni, altre voci e risvegli.
Cesare Pavese

C’era sempre stato un gatto nella vita di Carlotta.
Da loro aveva imparato tutto ciò che era importante.

Lisetta, zampe bianche e muso grigio, le aveva insegnato da bambina a nascondersi e rubare. Da Miou col pelo rosso aveva appreso come farsi voler bene e ottenere del rispetto.
Quando si era fatta donna, Menta le aveva spiegato come partorire e Cicci come trovarsi un posto comodo nel mondo.
Ma anche Jenny, Muffa, Nico e altri gatti, incontrati per caso sui cofani delle auto parcheggiate, erano sempre stati saggi e pieni di consigli.
Così, quando capì che il tempo era vicino, Carlotta si ritirò in una grande casa e si mise ad accogliere gatti, tutti vecchi come lei.
I gatti sanno, ripeteva.
Le avrebbero di certo insegnato a morire.

Per mesi scrutò i movimenti incerti, le paralisi improvvise, annusò in ognuno di loro l’odore che produceva la vecchiaia. Quale sarebbe stato il primo a morire? Spiare per sorprendere la morte divenne un’ossessione; era sicura che fra tutti ci fosse quello giusto, il gatto che la grande anima felina le aveva predisposto per l’ultimo e più importante insegnamento.

Quando Eros arrivò era inverno pieno.
Carlotta lo raccolse sulla porta e subito pensò a quel nome. Aveva il segno di un morso su una zampa forse a causa di un combattimento per amore. Non era anziano, ma per lui fece un’eccezione, convinta che appena fosse guarito se ne sarebbe andato per la sua via.
Quando a marzo la benda gli fu tolta, invece, Eros prese a correre fra le lucertole dell’orto e con i grilli della sera. Si conquistò il divano e poi anche il grande letto.
Di certo voleva rimanere, e Carlotta non si oppose. In quell’assillo della morte, quanto meno, Eros era uno svago. Carlotta si incantava per il pelo nerissimo e luccicante sotto al sole. Gli occhi verdi sulla testa massiccia si accendevano ad ogni sospetto, le zampe come piccole zampogne stampavano a terra i segni definiti e diversi del suo passaggio.
A volte cercava di immaginarlo ancora cucciolo. Intuiva sotto l’aspetto adulto un inconsapevole desiderio del mondo. Si chiedeva se lui ricordasse l’antica ingenuità che forse lo aveva spedito contro un albero rincorrendo un topo, o fatto cadere nel fiume per acchiappare una rana. I gatti hanno ricordi?
Sapeva che presto sarebbe morta e si domandava che fine avrebbero fatto i gatti. Solo per Eros non si crucciava. Era indomito e sornione, adattabile e combattente.

Quando Carlotta trovò Annibale, il gatto soriano, acciambellato dietro al ficus, le mosche già gli ronzavano attorno. Non sembrava aver sofferto, la morte doveva averlo colto nel sonno.
Prima di andare all’inceneritore, mentre riempiva le ciotole dei gatti, Carlotta si accorse che al rumore dei croccantini Eros non era arrivato, lui che di solito si faceva largo tra gli altri e raggiungeva per primo la ciotola colma.

Tornò tre giorni dopo. Pareva essere in gran forma, a parte un’unghia spezzata a metà. Se non avesse avuto quello strano taglio, forse Carlotta avrebbe presto dimenticato l’assenza di quei giorni.

Cassius fu trovato morto dentro un armadio ed Eros scomparve di nuovo per una settimana.
Non poteva essere un caso.
A maggio Lisetta morì nell’orto e Carlotta si mise subito in allerta, così quando Eros si allontanò era pronta.
Lo seguì. Eros attraversò l’orto e se ne andò per un campo coltivato a colza che a primavera diventava giallo.
Camminava lento, quasi non volesse esser perso di vista da lei.
Dopo la distesa gialla furono su un campo arato, e poi su un’altra distesa incolta, fino ad arrivare al bosco.

Sotto un grande albero il gatto finalmente si fermò ad annusare in terra.
Carlotta crollò stanca sopra il prato e poggiò la schiena su piccoli fiori viola.
Intorno era silenzio e primavera.

Ascoltò il proprio respiro nell’aria leggera. Le sembrava di udire il rumore della linfa scorrere sopra di lei attraverso la grande pianta.
Eros, disteso accanto alla sua testa, le coprì la fronte con l’addome. Prese a far le fusa così forte che Carlotta avvertì la vibrazione attraversarle il cranio fino a un punto della nuca.
Pareva che tutto il mondo vibrasse alla stessa frequenza, con la stessa energia.
In quell’energia ognuno poteva disfarsi e ricomporsi, come fosse musica o colore.
E non avere fine.

Chiuse gli occhi.
La sua anima vibrava dentro una piccola pigna.

Da quel momento Carlotta smise di spiare la morte nei suoi gatti.
Dedicò ogni istante ad assaporare la primavera e, quando arrivò, l’estate.
La notte, sveglia sul dondolo, seguiva la luna, il vento e la schiena elastica di Eros sul proprio grembo. Le mani poggiate sul corpo caldo ed elettrico del gatto, ascoltava il suono della vita che scorreva ancora dentro.

Quando un giorno Eros scomparve non lo trovò affatto strano.
Andò per casa a contare i gatti, ma non mancava nessuno.
Allora prese il bastone e si recò da sola sotto l’albero.
Lo trovo lì che la aspettava.

Racconti correlati

2 commenti

Lucia Aprile 11, 2024 - 5:29 pm

Molto bello e intenso, batte il tempo come un orologio.

Rispondere
Elena Panzera Maggio 4, 2024 - 12:09 pm

Lucia, siamo davvero felici che ti piaccia.

Rispondere

Lascia un commento