A differenza della tua, questa macchinetta non smette di far uscire caffè finché non glielo imponi. Con un tasto sbiadito.
Finito di svuotare il tuo studio, avevo voluto usare l’ultima cialda rimasta. Da tutta la mattina rimbalzavo per casa. E c’erano ancora così tante cose da fare: avevo bisogno di fermarmi un attimo. Ma non ho pensato, ho solo agito. Il primo impulso è stato quello di sbrigarmi a togliere la tazzina da sotto al getto, ancor prima di spegnerlo.
Una frazione di secondo dopo mi sono ritrovato a dover raccogliere anche i cocci di questa perché, scottato dal filo di caffè bollente che usciva, l’ho lasciata cadere. Questa ha fatto il suo volo di un metro e ha brillato a terra come una mina antiuomo. Ho tenuto la mano sotto il getto d’acqua fredda; speravo lenisse il bruciore. Ho preso la scopa e lo straccio.
Ho spazzato via i cocci e ho dato una veloce passata d’acqua e sapone. Con tutte le cose che ho da fare, non ho tempo adesso per una pulizia approfondita. Tra due ore sarà qui tuo padre.
Ci penso dopo, magari. Oppure dovrei prima assicurarmi che non si appiccichi; che lo zucchero che era nella tazzina non richiami una pattuglia di formiche.
È l’ennesima conferma che non so gestire questa casa, che si sta ribellando e sta prendendo il sopravvento un pezzo alla volta. Non so usare niente di questi 110 metri quadri: tre stanze da letto, di cui una vuota, due bagni. In uno, hai fatto installare uno ionizzatore d’aria per evitare la muffa, perché piccolo e freddo e buio. Perché dà sull’interno del palazzo e l’unica finestra sfocia in una lunga ciminiera stretta e umida.
Anche il robottino lavapavimenti si perde da quando non ci sei: non trova più l’attracco per il caricatore e gira a vuoto nelle stanze di casa. Eri l’unica a sapere come funzionasse, l’unica a cui obbediva. Ora pare che mi guardi e chieda di te. E io lo guardi ma non sappia che dire. Gira in tondo con quel suo occhio rosso e languido.
L’ho fermato col piede, gli ho impedito di entrare in cucina: per proteggerlo da qualche residuo di coccio che non ho tolto da terra perché ho pulito di fretta. Ha girato, è tornato a sbattere contro lo stipite della porta. Le stesse mie testate.
Mi sono messo a togliere cose dalle stanze e metterle negli scatoloni che ho rimediato ai cinesi qua sotto. Mi manca un carico di bianchi ancora da lavare, ma anche la lavatrice sta dando problemi da quando non ci sei. Non riesco ad avviare il ciclo breve da quel grosso touch screen, senza che quella degenerata sputi fuori bava bianca e odorosa.
Ma come ti è venuto in mente di lasciarmi in queste condizioni dopo pochi mesi di convivenza?
Solo, in una casa che non mi dà retta. Analogico, in un mondo digitale. Eravamo d’accordo che per sbollire in caso di litigi avremmo usato l’unica stanza rimasta vuota: l’avevamo battezzata a porto franco, per aspettare che le tempeste passassero senza far danni. E c’era sembrata a entrambi un’ottima idea, dapprima.
Non ha senso che tu invece prenda ed esca di casa la sera tardi, e stia in giro così tanto. Lasciando a me l’onere di sistemare la casa, lasciandomi in balia del nostro disordine dopo un litigio. Un robot che non mi ascolta. Un disordine che non so aggiustare. La stanza vuota.
Per staccare Alexa ci sono volute due ore di attesa e mezz’ora di indicazioni da parte di un’indiana che parlava un inglese impastato. Ma era necessario, perché tu, in due minuti, l’avevi impostata in modo che riconoscesse le nostre voci e ci chiamasse coi nomignoli che c’eravamo dati. Stavo diventando pazzo. Quando mi ha chiesto se volessi resettare le impostazioni, le ho risposto di disattivarla e togliere anche l’abbonamento o quello che era.
Una volta finito, dovrò riportare tutto a casa dei tuoi, ma anche per quello non sarò indipendente. La mia macchina l’avevamo data via per quattro spicci quando a te ne hanno data una aziendale, grande, automatica, nuova. Verrà tuo padre, con il minivan. Col cambio manuale vecchio e logoro, tanti rumori senza che sia necessaria una spiegazione.
Dovremo passare davanti allo stop che l’intelligenza artificiale della tua macchina non ha visto, perché sbiadito. La vernice a terra che non significava più niente. Tu che intanto raccontavi della nostra ultima lite a Tatiana, mi domando se almeno a lei hai lasciato un manuale di istruzioni per come funziona questo posto. La macchina che ha continuato a gemere, a ricalcolare il percorso.
Se avessi fermato te anziché il robottino. Se ti avessi impedito di andartene, per una volta. Se avessi fatto un passo verso di te, se avessi ammesso una colpa anche se non l’avevo. Non saresti uscita. Non avrei dovuto imparare a rottamare un’auto aziendale dal portale dedicato. Usare il robottino, la lavatrice, l’intera casa.
Che poi erano piccoli screzi, si sarebbero sistemati nel giro di un paio di giorni al massimo. Cose da nulla. Avremmo fatto pace, l’amore, un figlio, un viaggio. Prima o poi anche su Marte.
Invece, mi tocca inscatolare con quanto più ordine posso tutte le tue cose e portarle via da qui. Con una mano scottata. Devo stare attento a non toccare tasti che non so, non avviare routine, non fare altri danni: devo uscire nel minor tempo possibile, senza lasciare nulla indietro.
Poi abbandono questa casa, e ne prendo una più simile a me.
Metto su una moka, bolle e dieci minuti dopo bevo un caffè amaro. Chiudo la porta. Un ultimo sguardo.
Speriamo di aver spento tutto.
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