Mi sentivo un vincente. Ogni volta, fino a un attimo prima dell’ultima mano, sentivo di avere ancora la possibilità di farcela.
Mi piaceva il sapore dell’attesa. L’argento liscio del biglietto da grattare piano, come lo zucchero in fondo alla tazzina. La vibrazione della carta da gioco sotto la pressione dei polpastrelli, che scricchiola come un acino maturo. La sfera che non ha ancora scelto se cadere sul rosso o sul nero e tintinna come ghiaccio nel bicchiere.
Ogni volta una piccola scossa elettrica partiva dalla punta delle dita e con uno schiocco sottile andava ad accendere circuiti assopiti che giacevano altrimenti inerti nelle cavità più oscure della carne, fra le budella, sotto il pancreas o vicino al fegato. Sentivo quella scintilla illuminare i nervi, i liquidi di trasmissione osmotica e i globuli che invece di galleggiare molli nelle vene, correvano veloci verso il cuore. Ad ogni mano una piccola esplosione,deflagrava appena sotto lo sterno e i parametri vitali riprendevano a salire, orientati verso il gioco successivo.
Sentirmi vivo era un piacere segreto, che non mi andava di raccontare in giro, almeno tra i moribondi che frequento normalmente. Gente che si addormenta giocando a tombola e fatica a tirar tardi nei tornei di burraco. Gente che finge di eccitarsi per una serata all’ippodromo e non sa nemmeno come è fatta una sala corse. Dilettanti da quattro soldi, che sanno prendere il rischio solo all’autogrill, con il biglietto di qualche lotteria dal nome improbabile subito dimenticato in fondo alla tasca del Moncler.
Così faceva sempre mia moglie, il portafoglio ingombro di biglietti scaduti, souvenir di inutili soste autostradali, P panini maldigeriti, caffè ingurgitati in piedi.
Il gioco voglio mangiarmelo a piccoli bocconi, come una fetta di Sacher, dicevo io. Un brivido per la lucentezza scura del cioccolato, Un fremito nella spinta del cucchiaino che spezza lo strato solido e affonda nella torta morbida. L’adrenalina sale, il respiro si fa veloce, piccole scosse sulla punta delle dita, formicolio alla radice dei capelli. Rien ne va plus.
In quel tempo non mi importava vincere o perdere, l’importante era scommettere per mantenere attivo il motore che dava al cuore la voglia di pompare.
E non lo dico per scherzo: senza la mia dose di gioco quotidiana la pressione arteriosa scendeva, la testa girava. Confuso, faticavo a resistere l’intera giornata in ufficio. Lo sguardo si annebbiava davanti allo schermo che sputava dati senza lasciarmi il tempo di indovinare se il caso (o il calcolo automatico di Excel) avesse indicato un risultato dubbio o soddisfacente. Senza il gusto di scommetterci su.
Poi, anche il gioco della scommessa ha cominciato ad annoiarmi. Per tenere alti i battiti ho dovuto alzare la posta.
Niente è più eccitante che puntare su un perdente, sul brocco che vince contro tutti, anche contro la sorte. Più sottile era la possibilità di vincere più le sinapsi si riattivavano, i sistemi di allarme si innescavano e tutte le aree del cervello riprendevano a lanciare stimoli elettrici.
Gli occhi, sempre più acuti, vedevano la pista senza bisogno di cannocchiale. Il sudore correva sulla schiena senza aspettare le quote del totalizzatore. Mi sembrava di essere così potente da poter cambiare i risultati con la vibrazione del pensiero.
Ad ogni “Autostart” la speranza correva sui tendini e fremeva nei muscoli, tesi come molle d’acciaio.
Ma la speranza, si sa, è la scommessa più pericolosa: è una macchina che non si ferma mai e il suo moto perpetuo, come l’infinito, è meraviglioso e terribile.
Della Sacher non riuscivo più ad assaporare il singolo boccone. Le dita, appiccicose di marmellata, si fermavano solo per dichiarare l’indigestione. Mi sono trovato più di una volta a vagare in cerca di un bagno, lo stomaco in subbuglio che invocava riposo dai Rocher ingoiati per dare tempo all’attesa.
A quel punto, posavo le fiches sul rosso e nemmeno aspettavo che la ruota terminasse la sua giostra; i cavalli correvano senza traguardo né fotofinish e io, fermo al palo, strappavo i biglietti stropicciati alla prima curva insieme alla carta dorata dei cioccolatini.
In pochi mesi sono diventato un giocatore senza gioco, perché non c’è più gioco se si è sicuri non poter vincere. Senza più l’accelerazione dei battiti (ero arrivato a contarne fino a 250 sotto l’orologio) anche il tempo è finito: perso giocando una delle tante mani senza fortuna.
Adesso sono qui, in un intervallo che non ha fine, nessun dado tra le dita né carte da smazzare. L’ossigeno entra lento nei polmoni, senza fretta. Nessuno a farmi visita con una scatola della pasticceria.
Mia moglie, in qualche autogrill, starà cercando di indovinare il biglietto vincente, oppure si starà accontentando di una pinella per il suo burraco sghembo insieme agli altri moribondi, che si sono dati alla macchia da quando quello moribondo sono diventato io.
Io sono qui a fissare la goccia che scende dalla flebo, senza mettere in dubbio se quella successiva seguirà, perché di certo lo farà.
«Oggi ti vedo meglio – dice la dama bianco azzurra – prova ad alzarti dal letto, basterebbero pochi passi».
Infilo le scarpe senza lacci, mi lascio sollevare piano.
«Scommettiamo che se il dottore ti vede in piedi domani ti dimette?»
Scommettiamo.
